Ero il principe

Mi sembra di essere diventato una scatola vuota in essa non trovo più nulla,neppure odo l’odore di ciò che prima conteneva,solo il respiro vive e fa vibrare ancora le corde nascoste del cuore Qui,anche se stanco,mi arrampico,per ritrovarmi nella vivacitá […]

Mosaico di desideri

Tanti e sempre tanti sono i pensieri che corrono nella mente a volte pur di raggiungerli,resto senza fiato;per un istante sembrano veramente miei,poi fuggono come anguille,mi evitano fingono di perdersi in anfratti oscuri,ma subito riaffiorano e io ancora li inseguo,cercando […]

E ti trovo

E ti trovo anche quando insorge la certezza di perderti. Resisto e supero sempre la tentazione di strade diverse, che sembrano brillare con percorsi facili, un luccichio di vuote moine maglie incatenanti, che presto evaporano. Resto ritto senza mai incurvarmi,con […]

In orizzontale

Ciò che provo stando da solo in silenzio con lo sguardo in orizzontale che si libra tra immagini di cielo terra è il sentirmi baciato da respiri di mistero,che bussano alla porta dell’anima,per offrirmi estasi di freschezza In questa visione […]

Alla grande fata

Piegarti agli sguardi ai sorrisi agli ammicchi di intesa che filtrano moine,è un aprirti ai respiri degli inganni e se ti fai da essi accarezzare come se fossero capricci puri,ti esponi a capitomboli,da cui non è facile alzarti anzi rischi […]

 

Terza Domenica Di Quaresima

samaritana

 La liturgia della Parola di questa terza domenica di quaresima è dominata dal tema dell’acqua: elemento naturale, di cui Gesù, in dialogo con la samaritana, si serve, per tracciare un cammino di redenzione del Suo mistero, dono di salvezza per tutta l’umanità. Attraverso questo simbolo, con una progressiva gradualità, esprime che Egli è e quale è la Sua missione. Ma prima di entrare nella descrizione dell’incontro di Gesù con la donna di Samaria, che è una delle pagine più belle del IV° Vangelo, è opportuno sottolineare che anche le altre due letture gravitano intorno a tale simbolismo.

      Nella prima, tratta dal libro dell’Esodo, ci troviamo davanti al miracolo dell’acqua abbondante, scaturita dalla roccia. Qui, ancora una volta Dio non dimentica il suo popolo, uscito dalla schiavitù d’Egitto ed ora pellegrino nel deserto, ove soffre per la mancanza d’acqua. Di fronte alla sua ribellione e, persino, al desiderio di ritornare ad essere schiavo del Faraone piuttosto che libero in un deserto inospitale, Dio accoglie la preghiera di Mosè, rispondendo con un dono inatteso: l’acqua della roccia in pieno deserto. San Paolo con un’esegesi abbastanza ardita, di carattere chiaramente allegorico, nella prima lettera ai Corinzi,  vede in questa acqua sgorgante dalla roccia Cristo, roccia viva e sorgente di acqua zampillante per la vita eterna. E all’acqua allude anche la II^ lettura, presa dalla lettera ai Romani, dove l’amore di Dio, fondamento della nostra speranza, viene riversato in abbondanza nei cuori come acqua che feconda la terra. A questo punto entriamo nella meravigliosa ricchezza del brano evangelico, dove, guidati dal simbolo dell’acqua, approdiamo ad orizzonti fortemente teologici, in cui Cristo e Dio stesso diventano sorgente di vita eterna. Anzi, in tale episodio vediamo che non è l’uomo assetato che va alla ricerca di Dio, ma è Dio stesso che ha sete dell’uomo e chiede di essere da lui accolto, come Gesù fa con la samaritana.

Ebbene, la scena descritta dall’Evangelista Giovanni si apre attorno ad un pozzo, dove Gesù, stanco del viaggio, siede. Prendendo l’iniziativa, chiede da bere ad una donna samaritana, giunta lì, con una brocca, per attingere acqua. La richiesta è motivo di sorpresa: ”Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”. Di fronte allo stupore della donna, assistiamo ad un rovesciamento di situazioni: non è più in gioco la materialità dell’acqua, di cui Gesù aveva avuto bisogno per soddisfare la sete, ma qualcosa di più misterioso: ”Se tu conoscessi il dono di Dio – le dice Gesù – e chi è colui che ti dice: dammi da bere, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva”…E “ chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno”.

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Visita della Sacra Immagine

madonna

La Visita della Sacra Immagine della Beata Vergine Maria di Pompei nella Chiesa di San Luca Evangelista in Casapulla è un’ occasione propizia non solo per alimentare la propria fede in questo tempo austero e meditativo di Quaresima, ma anche per consolidare la venerazione, sempre da nutrire e testimoniare, verso Maria alla luce della Parola di Dio.
Saranno quattro giorni intensi di preghiera da vivere in una chiesa dalle porte continuamente aperte, dove nell’ascolto, ognuno potrà cercare e trovare vie e pensieri diversi dal solito quotidiano, e sentire il bisogno di proiettarsi nell’ orizzonte dello spirito, che apre alle sorprese di Dio.
Il che è possibile se ognuno si porrà nello stesso atteggiamento di Maria, la donna dell’ascolto, della decisione, dell’azione.
Tre parole che – come dice Papa Francesco – indicano una strada anche per tutti noi cristiani di fronte a ciò che ci chiede il Signore nella vita.
Del resto, non basta solo ascoltare Dio che ci parla, che bussa in molti modi alla porta del cuore, che pone segni nel nostro cammino, bisogna anche decidere, per trarre dall’ascolto le spinte forti per vivere il presente in una concreta azione di testimonianza di quanto abbiamo ricevuto: Gesù e il suo Vangelo.

Seconda Domenica di Quaresima

 

  trasf La seconda domenica di Quaresima, ogni anno, è segnata dalla trasfigurazione: una scena di gloria e di luce messianica, posta all’inizio del tempo quaresimale, tempo austero e meditativo, quasi a volerci dire che lo sbocco finale dell’esistenza di Cristo non è la morte, ma la gloria della risurrezione. Tale evento si verifica, secondo la tradizione cristiana,  sul monte Tabor. Qui Gesù si rivela come Figlio di Dio, in un contesto di mistero e di trascendenza: il suo volto diventa luminoso come il sole e le sue vesti candide come la luce. A differenza di Marco e Luca, l’evangelista Matteo sottolinea che Gesù trasfigurato è il nuovo Mosè, che incontra Dio in un nuovo Sinai, il Tabor. Però con questa differenza, che rende bene la novità di Gesù e la sua superiorità rispetto a Mosè: sul Sinai, Mosè riceve la Legge, fondamento dell’Antico Testamento; sul Tabor, Gesù, nuovo Mosè, è presentato come Figlio prediletto del Padre:”ed ecco una voce che diceva:”Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”. Al di là della rivelazione del mistero trinitario di Dio, che troviamo nella scena della trasfigurazione, importante è la raccomandazione che il Padre rivolge ai discepoli di Gesù:” Ascoltatelo”. Ascoltare non per allargare semplicemente il campo delle conoscenze, ma per prendere coscienza della propria sequela. Non per chiudersi definitivamente nella tenda della contemplazione nel disincanto del vissuto quotidiano, ma per ridiscendere nella pianura della vita, dove difficoltà, desideri, progetti, speranze e delusioni si rincorrono in una qualificata e qualificante tensione di maturazione umana e cristiana. Ascoltare per rivivere e ripresentare nella vita il mistero di Cristo: mistero di umiliazione e di gloria, di sofferenza fino alla morte e di risurrezione. L’ascolto vero si traduce sempre nella capacità di accettare Cristo, seguendo la sua Persona sino alla fine. E’ un innamoramento che cambia cuore e mente, fino a renderLo unico punto di riferimento della vita. Ma la scena della trasfigurazione non si ferma all’estasi dei discepoli, che l’apostolo Pietro con spontaneità vorrebbe prolungare per sempre:”Signore – dice – è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per Te, una per Mosè ed una per Elia”. Essa si arricchisce di ulteriori connotazioni che ci permettono di leggere una anticipazione del mistero pasquale. E che la trasfigurazione ci proietta già nella prospettiva della Croce, e, quindi, verso la passione si ricava anche dalle parole che Gesù rivolge a Pietro, Giacomo e Giovanni, “mentre discendevano dal Monte”:”non parlate a nessuno di questa visione –raccomanda – finchè il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”.

A tale proposito, non bisogna dimenticare che l’episodio della trasfigurazione è collocato tra due annunci espliciti della passione, quasi a voler significare che al di là della passione esiste per Gesù un futuro di gloria; lo stesso futuro che offre ai discepoli, quando dice loro:” se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Ci troviamo così al cospetto di un messaggio forte di fede pasquale, mediante il quale, ai discepoli di ieri e di oggi, Gesù indica che solo “attraverso la passione possono giungere al trionfo della risurrezione”. Ma in tutte e tre le letture bibliche troviamo un filo conduttore molto chiaro, quello della vocazione e la sofferenza che ogni sequela porta con sé. Infatti, nella prima lettura, tratta dal libro della Genesi, è descritta la vocazione di Abramo, primo credente in Dio:”vattene dal tuo paese – gli dice il Signore – dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò”. Quello di Abramo è un esempio riuscito di risposta generosa alla chiamata di Dio. Egli ascolta la Sua parola, lascia tutto, mettendosi in cammino verso l’ignoto alla ricerca della terra promessa. La sua grandezza non sta solo nella capacità di sradicamento e di distacco dal proprio vissuto con cose e persone, ma soprattutto nell’accettazione di un nuovo progetto di vita ideato dalla stessa sapienza di Dio:”Abramo partì, come gli aveva ordinato il Signore”. Egli rischia sulla parola di Dio. Crede alla voce misteriosa che gli promette molto di più di quello che gli chiede; intraprende un cammino incerto; ha coraggio. Convinto, corre il rischio della fede. Del resto, la fede è un continuo rischiare noi stessi, la nostra vita, affidandoci al Signore. Proprio in forza di tale fede, Abramo diventa padre di tutti i credenti. E proprio questo rischiare la vita sulla parola di Dio costituisce la vera ricchezza della Chiesa: ”carissimo – dice San Paolo nella seconda lettura presa dalla lettera a Timoteo – soffri anche tu insieme a me per il Vangelo”. La perseveranza nel bene, affrontando difficoltà e sofferenza per il Vangelo, è la risposta più autentica alla chiamata di Dio. Risposta che sarà tanto riconoscente quanto salda è la fede in Lui. Nella liturgia della parola odierna è soffuso un messaggio di speranza incrollabile: la trasfigurazione non è un sogno impossibile, ma realizzabile per ogni cristiano, chiamato alla fede. Infatti, noi cristiani siamo destinatari di una vocazione speciale: la vocazione alla santità. Una santità che conquistiamo non costruendo la nostra tenda sul monte della contemplazione, ma come Gesù, stando in mezzo agli altri; vivendo come Lui la difficile via della Croce, strada obbligata e senza alternativa per la meta finale: la nostra risurrezione.

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Nella chiesa di S.Luca, Valle Matrona celebra 100 anni

valle

La bellezza dell’età che sfida l’ usura del tempo e grida ancora  la vivacità della vita: 100 anni rappresentano la cornice delicata, nella quale la signora VALLE MATRONA racconta se stessa in un intarsio di ricordi, che fanno scorrere il tempo vissuto con il marito Luigi Tecchia, in un rapporto coniugale di reciproca accettazione e donazione. Anche adesso, nelle pieghe delle rughe, che accarezzano il suo volto , si sente il profumo della vita che avanza, nonché  la semplicità di uno sguardo, che  sembrando di perdersi nel vuoto, fissa invece il presente, che vive in un afflato di affettuosi sorrisi, di attenzioni filiali e, soprattutto, di auguri sinceri per una età storicamente bella, che sintetizza un pezzo di storia della città di Casapulla. Cara signora Matrona, auguri dal profondo del cuore. Il suo sacerdote,don Filippo .

Visita alla Sacra Immagine

Immagine

 

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Visita alla Sacra Immagine dal 27 al 30 Marzo 2014

Prima Domenica Quaresima

tentazione

 La Quaresima è un “tempo forte” dell’anno liturgico. Forte, perché è grande il mistero che celebriamo, tutto teso verso la Pasqua, che è la festa primordiale. E’ il tempo in cui si svela pienamente  in noi il mistero pasquale di Cristo. Forte, perché è tempo di meditazione e di riflessione; di conversione e di adesione piena al Vangelo. E’ una nuova occasione per ridisegnare il nostro rapporto con Dio, per credere in Lui che ci ha amati per primo; per prendere coscienza che Dio, attraverso la Croce del Figlio, viene a noi in un slancio di amore infinito. Naturalmente tutto ciò richiede un ascolto più intenso della Parola di Dio; un lavorio interiore efficace per rendere trasparente il nostro cuore alla Sua accoglienza. E’ un cammino lungo, ma necessario per arrivare alla vita nuova in Cristo. Tale itinerario è contrassegnato dal simbolismo del numero quaranta, che nella tradizione biblica indica sempre un periodo di  particolare impegno e di profonda tensione prima di incontrare Dio. Pensiamo ai quaranta giorni di Mosè sul monte Sinai; ai quaranta anni di peregrinazione di Israele nel deserto oppure ai quaranta giorni di Elia in cammino verso l’Oreb. Dio non Lo incontriamo nel chiasso o nel frastuono; non si rivela alla vita frenetica e dispersiva in cerca del superfluo. E’ il silenzio, il deserto il luogo privilegiato dell’incontro con Dio. E se non facciamo il silenzio attorno a noi e dentro di noi; se non facciamo il deserto, in noi mai brillerà la luce della Sua presenza. Il cammino quaresimale che la Chiesa ci propone, vuole essere una lenta peregrinazione interiore per incontrare Cristo, nostra Pasqua.

   Ebbene, in questa prima domenica di quaresima, la liturgia della Parola, attraverso scelte letture bibliche, ci dice che la salvezza non fallirà, perché è opera di Dio. Nello stesso tempo, ci avvisa che, sino alla fine della storia, la lotta tra il bene ed il male non registrerà alcuna tregua. E’ una lotta dura che inizia con i nostri progenitori, i quali,  sognando di “diventare come Dio”, compiono un gesto di ribellione e di autosufficienza nel Suoi confronti. Tentati, mangiano il frutto proibito, cadendo nella trappola del peccato, che li porta ad una diversa impostazione della vita. Infatti, subito “si accorgono di essere nudi”. Nasce così nel loro cuore la malizia, la prima avvisaglia del disordine che il peccato porta con sé. Poi, invece di continuare a specchiarsi nella verità e nella bellezza che Dio ha impresso in loro, si nascondono, temendo il Suo sguardo. Infine, spezzando ogni legame di dialogo e di vicinanza con Dio, diventano artefici di dominio e di sopraffazione, tanto da sgretolare la stessa immagine e somiglianza. E’ la grande tentazione che, non vinta dai nostri progenitori, determina il male e la sofferenza del mondo. Ma se per la disobbedienza di Adamo il peccato e la morte entrano nel mondo, per merito di un altro uomo, Gesù, il nostro Adamo, la salvezza è venuta a noi. Pertanto, l’annuncio fondamentale della liturgia della Parola odierna non è tanto “noi siamo peccatori”, quanto “Cristo è nostro Salvatore”. Anzi, tra questi due estremi, peccato e redenzione, si distende lo scenario della nostra storia, dove ci giochiamo la carta della nostra grandezza o della nostra miseria.

Lo sfondo delle due letture, quella della Genesi e di San Paolo ai Romani, ci permette di comprendere il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto. Tre tentazioni, aspetti di un unico cammino di prova, nel quale vediamo condensata l’esperienza di tutta la vita di Cristo, il quale, fin sopra la Croce viene tentato di seguire la via del messianismo facile: ”ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. E’ il re di Israele, scenda ora dalla Croce e gli crederemo”. Gesù non cede, non si compromette con le facili richieste spettacolari; il Suo non è un progetto di potenza o di dominio, ma di amore e di donazione. Così alla triplice tentazione dell’avere, del successo e del potere, risponde con tre citazioni tratte dal libro del Deuteronomio: ”Sta scritto: non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”; “sta scritto anche: non tentare il Signore Dio tuo”; infine, ”sta scritto: adora il Signore Dio tuo e a Lui solo rendi culto”.  Con questi riferimenti biblici, Gesù non solo dimostra che la sovranità di Dio è la fonte delle Sue scelte, ma rivela anche che l’unico cibo che lo sostiene nell’essere e nell’operare è l’obbedienza alla volontà del Padre, a differenza di Adamo che si ribella al Suo Creatore.

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Quaresima: tempo speciale di grazia

quaresima

La Pasqua è la celebrazione cardine, il cuore di tutto l’Anno Liturgico. Ben presto i cristiani hanno sentito l’esigenza di preparare e prepararsi per questa celebrazione così importante. All’inizio il periodo di preparazione consisteva nei due giorni immediatamente precedenti alla celebrazione pasquale, dedicati alla preghiera, al digiuno e alla riflessione; successivamente questa preparazione venne estesa ad una intera settimana, fino ad arrivare, nel IV secolo, ad abbracciare quaranta giorni (noi conosciamo la simbolicità di questo numero: il diluvio durò 40 giorni;  Elia ha camminato 40 giorni e 40 notti prima di arrivare all’Oreb, su cui incontra Dio; Mosè è stato 40 giorni e 40 notti sul Sinai; i 40 giorni di Gesù nel deserto). La Quaresima è un tempo speciale di grazia che Dio ci dona; è un’occasione da cogliere al volo perché possa iniziare un serio cammino di conversione, perché possiamo deciderci a ri-centrare e ri-fondare la nostra vita sulla roccia che è la Parola di Dio; la Quaresima è il tempo opportuno per ritornare a quella opzione fondamentale verso il bene da cui molte volte ci siamo allontanati. Il tempo quaresimale è l’occasione per vivere in maniera più intensa e profonda la nostra relazione con Dio (tempo di preghiera); è tempo per imparare a dimenticare noi stessi per l’altro, per abbandonare tutto ciò che pesa e ritornare al cuore, all’essenziale: Dio, la sua Parola, i valori (tempo di spoliazione, digiuno, sobrietà). In questa prospettiva teologica va compreso il digiuno quaresimale, che non è fine a se stesso, ma è porta che ci apre a Dio e al prossimo (tempo di carità e condivisione). Un ulteriore aspetto della Quaresima che va messo in luce è quello della comunitarietà. L’itinerario quaresimale non è il cammino di un individuo isolato, ma è viva esperienza ecclesiale e comunitaria. Nella Chiesa antica c’era la prassi della penitenza pubblica e l’ordo dei penitenti costituiva una piccola comunità; alla fine della Quaresima questi penitenti pubblici venivano riammessi nella comunità tutta. La Quaresima deve essere anche l’occasione per sentirci parte di un unico corpo, che è il corpo ecclesiale, che è la Chiesa e vivere la Quaresima non solo come singoli (io e il mio fioretto, io e le mie devozioni), ma come comunità è davvero una sfida. La Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, sia per tutti una palestra per crescere nella conoscenza di Dio (preghiera, meditazione, via crucis, parola di Dio) e nella testimonianza di vita (carità, santità, cammino di conversione).

A cura di don Agostino Porreca

 

Solo come un ragno

ragno

A che serve avere tanto e poi ritrovarti a sera solo, senza uno sguardo di sincerità, che apre il cuore alle sorprese della vera umanità?

Non vale nulla sentirti di giorno oggetto di attenzione esclusivamente per quello che puoi dare, mentre, chiusa la porta,

ti immergi in un silenzio evocativo di voci, che non odi o di ombre che muoiono senza nome, sulle bianche pareti.

E sei solo, come un ragno che si aggroviglia nella sua ragnatela, in attesa del nuovo giorno, che subito diventa sera e poi notte, per ripiombare nel cuore di te stesso.

Qui, se vuoi, e soltanto qui, in ascolto, vedi e senti parole d’ amore, che vengono da lontano ed aprono estasi di luce, nelle quali ti scopri non più solo,

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VIII Domenica T.O.

regno

Con questa pagina del vangelo si chiude il discorso della montagna che la liturgia ci ha proposto in queste domeniche precedenti. Ebbene, prima di entrare nel cuore del messaggio di oggi, è opportuno sottolineare che questo brano all’inizio e alla fine presenta due frasi che danno l’esatta valenza dell’insegnamento di Gesù. In apertura Egli dice: ”Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona(la ricchezza)”.In chiusura, Gesù dice:” Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia…”. Nella prima frase Gesù, ancora una volta, così come aveva fatto nel discorso della montagna, ribadisce che il Regno di Dio esige delle scelte radicali sia per essere proclamato che per poterci far parte. Chi si mette alla sequela di Gesù Cristo non può barcamenarsi, tenendo il piede in due staffe. Un vero cristiano deve operare decisamente la propria scelta: Dio oppure la ricchezza. E qui bisognare chiarire che Dio non condanna chi possiede delle ricchezze, ma chi fa di esse un idolo, facendosi gestire da esse, fino a divenirne schiavo. Dio non ammette contemporaneità di interesse o di amore: Egli è un Dio geloso, che non ammette rivali. Del resto, quando l’amore è vero e totale, è anche esclusivo e totalizzante. E questo è l’amore che Cristo chiede a noi. Ecco perché ci invita a servire il Signore, abbyandonandoci alla sua Provvidenza di Padre. Un invito che avvolge con immagini poetiche, in un gioco di bellezza naturale con gigliQ ed uccelli, che vengono curati amorevolmente da Dio. I gigli, che Dio veste così belli che neppure Salomone, con la sua gloria, vestiva come uno di loro; oppure gli uccelli, che nulla fanno “eppure il Padre celeste li nutre”. Dalla visione degli uccelli e dei gigli Egli trae un invito per tutti noi a non lasciarsi imprigionare dalla tentazione del denaro, dall’ossessione dell’avere, dalle preoccupazioni ossessive del domani, ma a calarsi con fiducia nelle mani della Provvidenza di Dio, che sa di cosa noi abbiamo bisogno. Per ben tre volte Gesù ripete questo invito:” non affannatevi del cibo o della bevanda, del vestito o del domani”. Un invito al negativo, questo, che in forma positiva significa: ”abbiate fiducia filiale in Dio, che è Padre vostro”, che se provvede agli uccelli, ai fiori del campo e all’erba che hanno tutti una esistenza fragile, quanto più provvederà  a noi? Con questo insegnamento, Gesù vuole liberare il nostro cuore dagli affanni quotidiani, affermando che ciò che è decisivo per la nostra vita è la fiducia in Dio. Purtroppo, in un contesto sociale come il nostro, dove tutto si misura sul dio denaro, sembra mera poesia accontentarsi di risolvere la propria vita terrena con la semplice fiducia in Dio, mettendo così in secondo ordine ogni sicurezza economica. Certamente questa febbre del denaro che genera ogni vizio e persino imbarbarimento dei costumi, si scontra con la nostra fede, nella misura in cui questa “auri sacra fames” diventa idolatria, ossessione di possesso, psicosi di sicurezza come controaltare al Signore. Davanti a tale scenario, Gesù ci invita ad una scelta prioritaria:” Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Un vero cristiano non deve mai dimenticare che se costruisce la sua scala di valori e le sue scelte sull’avere, alla fine si ritrova “affannato”, come dice Gesù. Forse sarà socialmente ricco, ma sarà umanamente povero, spiritualmente vuoto, inutile per il regno di Dio. Viceversa, un cristiano che si immerge nella Provvidenza, che sceglie ogni giorno la via della fiducia e della speranza, dell’attesa e dell’abbandono in Dio, è un autentico esempio di provvidenza divina, che esclude dal suo cuore la preoccupazione, ma non lo dispensa dall’impegno nelle cose della terra. Vorrei concludere con un pensiero di S. Paolo, che ben racchiude lo stile di vita del cristiano:” Il tempo ormai si è fatto breve. D’ora innanzi quelli che piangono vivano come se non piangessero e quelli che gioiscono come se non gioissero; quelli che comprano come se non possedessero; quelli che usano del mondo come se non ne usassero appieno”(1Cor.7,29-31).

 

 

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VII DOMENICA T.O.

perdono

Domenica scorsa abbiamo esaminato quattro delle sei antitesi, mediante le quali Gesù rivelava che “non era venuto per abolire la Legge o i profeti, ma per portarli a pienezza”. Oggi completa la serie con le ultime due contrapposizioni, nelle quali  ancora una volta introduce la novità del suo insegnamento,superando così l’interpretazione riduttiva e formalistica  del vecchio Testamento. In queste due antitesi Gesù proclama la superiorità  dell’amore rispetto alla  rigida giustizia vendicativa.  Nella prima antitesi Gesù dice:” avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente”; ma io vi dico di non opporvi al malvagio…”.

Questa  norma del V.T è conosciuta come” la legge del taglione”, dal latino ius talionis che consisteva nell’infliggere a chi si era reso responsabile di una lesione personale, una uguale a quella da lui compiuta. Questa legge che era già presente nella legislazione orientale come si constata nel codice di Hammurabi, sec. XVIII, con il tempo passò anche nella legge biblica, e, precisamente per tre volte la troviamo nel Pentateuco (Es.21,23-25;Deut.25,11-12;Nn.35,33). Oggi molti cristiani si meravigliano dell’esistenza biblica di questa legge. Uno stupore ipocrita soprattutto se si consideri che una specie di legge del taglione continua ad essere  presente nei nostri cuori. Anzi, in molti cristiani sembra che trionfi la “legge di Lamech”. Sapete chi era Lamech? Un lugubre personaggio, discendente di Caino che nel capitolo 4 della genesi esclama:”io uccido un uomo per una sola mia scalfittura e un ragazzo per un livido. Sette volte è stato vendicato Caino; Lamech sarà vendicato settantasette volte”. Oggi viviamo in un contesto dove per una minima violenza subita, si risponde con una violenza spropositata, generando una spirale di odio. Per Gesù tutto ciò non deve  esistere. Non solo non deve esistere  la vendetta effettiva, ma anche il desiderio di vendetta.

Nella seconda antitesi Gesù dice:” avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo ed odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici…se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Per gli Ebrei “prossimo” era il parente o il connazionale, per Gesù “prossimo” è ogni uomo, senza distinzione di razza, di lingua o di religione. Egli dilata i confini del “prossimo”, inglobando persino il nemico, per cui ogni uomo va amato. Ci si trova al cospetto di un amore universale, che è il culmine dell’insegnamento di Gesù. Pertanto, a chi si mette alla sequela di Cristo non basta il semplice salutare o il semplice amare i propri amici, cosa che fanno tutti. C’è bisogno di qualcosa di più, di essere, cioè, perfetto come è perfetto il Padre vostro. Mettendo in pratica questo amore, noi ci comportiamo ad imitazione di Dio padre che “fa sorgere il suo sole sui i cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”. Nello stesso tempo, ci comportiamo da veri figli di Dio, che si lasciano plasmare dal suo amore di Padre misericordioso. Poi, Gesù conclude le  sei antitesi con l’esortazione:” siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”: una conclusione che motiva tutto il suo insegnamento e dilata ciò che nella prima lettura afferma l’autore del Levitico:” Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”. E’ l’amore che ci rende perfetti; è l’amore che ci fa santi.

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