Vive male

Quando stenderò le braccia,sognerò amore e cercherò uno a cui donare il mio cuore Non scelgo chi m’è simpatico,ma qualcuno forse inconsistente,che ha bisogno di me Per me non conta ciò che provo,ma quanto realmente faccio per potermi condividere A […]

poveri

Non sono nè comunista nè capitalista

Se ami i poveri, sei un comunista. Se frequenti i ricchi, sei un capitalista. E’  il pensiero debole di chi guarda l’ apparenza e non il cuore. Io non sono né l’ uno  né  l’ altro. Non seguo nessuna ideologia. […]

Solo di pupi

Non vedo attorno sinceritá:solo dei pupi che fanno ridere e spesso anche piangere Dovunque ti giri,incontri solo manichini che mostrano abiti e colori sempre nuovi È difficile sentire il respiro dell’uomo programmato in tutto come un vero automa Sguardi sorrisi […]

Ciò che dico

Più che i miei,sono i suoi pensieri,veri o incerti,che fanno pesante la mia mente Mai dico di no e faccio mia ogni pretesa spesso solo per rivelare quanto io valgo E sbaglio,perché mi prende la vanagloria e scivolo aldilà della […]

Riconquista il cuore

Non solo la bocca,è il cuore che tu devi far parlare,se vuoi conquistare un altro Non basta dire,per far capire tu chi sei dallo sguardo farai brillare la tua luce Un cuore senza pesi vola con ali d’amore si posa […]

 

La Chiesa:ancora piramide da scalare?

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Rivalità, vanagloria, pettegolezzo, fatto passare spesso come intarsio di mezze verità, sono il trastullo di tanti all’interno della Chiesa, vista ancora come vecchia piramide da scalare e non come Popolo di Dio, dove essere scelto é un vero servizio.

La voglia di primeggiare é un tarlo, il cui ronzio é costante e facilmente buca qualsiasi consistenza, non importa se a danno della stessa immagine e comunione sacerdotale, che cedono alle arti mirate di chi si sente attratto troppo da abiti e ruoli diversi.

Veri spazi di conquista, ideati nella provetta del carrierismo e favoriti dai signori del potere, i quali  rendono straniero alla loro vita la presenza dello Spirito Santo,

che se invocato, indicherebbe certamente strade ed uomini nuovi.

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Come é possibile pensare alla tua Paternità,o Signore!

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Non è facile guardare negli occhi un giovane padre mentre muore, e poi pensare,
o Signore, alla tua Paternità, che si dispiega in infiniti rivoli di misericordia.
Ascoltare il suo desiderio di invecchiare con i figli, mentre l’ombra della morte
l’ avvolge, rubandogli lentamente quei pochi respiri che gli restano o vederlo
stringere al petto nel suo letto il proprio bambino, ultimo testamento d’amore,
e poi sentire il Tuo silenzio, che si fa come un macigno pesante, quasi pietra tombale,
che seppellisce ogni speranza.
Eppure, che strano silenzio è il Tuo, o Signore!
Da una parte cala il sipario, dall’altra apre ad una luce nuova, che fa del suo calvario
una partecipazione della Croce di Cristo.
E proprio qui  riveli il tuo amore di Padre, che raccoglie  i suoi ultimi istanti,
così come raccogliesti quelli di tuo Figlio, nella cui morte e risurrezione c’ è  il destino di tutti.
Mistero di vita e di morte non misurato né capito nel tempo, ma solo nell’ orizzonte dell’eternità.

XXXIV Domenica

cristoOggi è l’ultima domenica dell’anno liturgico. Con essa termina il tempo ordinario, costituito da 34 domeniche, durante il quale abbiamo meditato il mistero di Cristo, Messia dei poveri e Messia della sofferenza. Tale ciclo si chiude con la visione della regalità di Cristo, che sintetizza tutta la storia della salvezza. Anche se tale festa, Cristo, re dell’universo, è di recente istituzione, essendo stata proclamata da Pio XI con l’enciclica “Quas primas”, alla fine dell’Anno Santo 1925, essa risale a Cristo stesso, il quale, alla domanda di Pilato se davvero fosse re, risponde:” tu lo dici: io sono re”. Ma la Chiesa, proponendo tale solennità a conclusione dell’anno liturgico, ci invita a penetrare il mistero di Cristo, quale re – pastore dell’umanità e giudice universale. E le tre letture bibliche odierne ci offrono un quadro abbastanza completo del senso di questa regalità, che non va vista in termini di potere, ma di servizio; non di semplice sovranità su cose e persone, ma di amore premuroso verso tutti. A tale proposito, bellissima è la prima lettura, ripresa dal libro di Ezechiele, ove il Signore appare come il Pastore del suo popolo. Un pastore – re che non domina, ma serve il suo gregge. Il profeta sottolinea questa regalità di servizio, usando una serie significativa di verbi: ”cercare, passare in rassegna, ricondurre le pecore disperse, curare quelle più deboli e ferite”, verbi che esprimono la paterna premura di Dio, che si fa amoroso compagno di viaggio dei suoi figli. Nello stesso tempo, ci anticipa che questa regalità di amore è anche una regalità di giudizio, così come leggiamo nella frase conclusiva di Ezechiele:”A te, mio gregge – dice il Signore Dio – : ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri”. Una frase che prepara lo scenario del giudizio finale, che troviamo descritto nel brano evangelico odierno.

Ebbene, anche San Paolo nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera ai Corinti, celebra la regalità di Cristo, il quale è re soprattutto perché ha vinto la morte. L’Apostolo nella risurrezione vede un gesto di potenza, di regalità sovrana che supera gli stessi confini della morte. Nello stesso tempo, vede nella vittoria di Cristo, nuovo Adamo, la nostra futura vittoria. Infatti, se Cristo risorto è la primizia della nuova umanità dei redenti, proprio perché primizia, Egli ci unirà in questo suo trionfo finale, consegnandoci, insieme con Lui, al Padre. Lo stesso concetto, ma in maniera più pregnante, lo troviamo nel Vangelo di oggi, che conclude il discorso escatologico di Gesù. Qui, Matteo ci presenta l’ultimo atto della storia della salvezza, la scena del giudizio universale che Gesù Cristo, indicato con vari titoli di trascendenza: Figlio dell’uomo, re, pastore, Signore e giudice, emetterà sull’operato degli uomini, quando compariranno davanti a Lui. E il Suo sarà un giudizio di benedizione o di maledizione; di premio o di condanna; di vita o di morte. Sarà una Krisis, una separazione, cioè, dei buoni dai cattivi, dei figli della luce dai figli delle tenebre:” Il Figlio dell’uomo……separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri”. Il metro usato nell’atto di “separare” non si basa sulla straordinarietà delle azioni compiute, ma sulle opere di carità e di misericordia; sullo spazio di amore che abbiamo saputo vedere e costruire per i nostri fratelli: ”ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Con queste parole Gesù tesse la tela della salvezza sulla forza della carità, calata soprattutto sugli ultimi, con i quali mostra di identificarsi :”in verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Pertanto, il nostro incontro con Cristo va preparato ed anticipato, riconoscendoLo, in questo frattempo di vita terrena, nella persona dei poveri, degli affamati, degli emarginati. Il che significa che ogni volta che le nostre mani si riempiono di carità per donarla ad altri; ogni volta che  il cuore si apre all’accoglienza in un abbraccio di amore concreto; ogni volta che il nostro sguardo si posa o i nostri piedi si incamminano verso chi è nell’indigenza, noi entriamo in perfetta sintonia con Dio; viviamo con le stesse mani, lo stesso sguardo, gli stessi piedi di Cristo. E saremo da Lui benedetti, ricevendo la ricompensa dell’eredità eterna. Viceversa, ogni volta che chiudiamo il nostro cuore al prossimo o fingiamo di non sentire il grido di dolore di chi è in difficoltà; ogni volta che gli opponiamo le barriere dell’egoismo, intenti solo ad accumulare per noi stessi e sordi alle richieste di carità, noi non facciamo altro che squarciare la tela della salvezza, con il rischio di essere allontanati dal regno: ”Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli”. Pertanto, alla sera della vita e della storia, noi saremo giudicati sull’accettazione o sul rifiuto di Cristo, che ha voluto identificarsi con tutti quelli che soffrono. Anzi, il prossimo, qualunque sia, diventa il vero specchio nel quale possiamo vedere e misurare la nostra identità cristiana; l’unico video nel quale possiamo leggere il grado di amore verso Cristo.

 

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Il coraggio di passare all’altra riva.

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C’ è una parte della gerarchia ecclesiastica che non ha il coraggio di passare all’altra riva.

Preferisce farsi lambire dalle acque, osservando solo da lontano le novità, che pur si intravedono e che avanzano, con il rischio di non rendersi conto che un nuovo mondo sta nascendo.

Chiudersi al nuovo significa negare quella riserva di futuro, che lo spirito della Chiesa ha in sé e che le permette di cogliere i segni dei tempi.

Oggi più che mai, é urgente entrare e toccare le periferie dell’umanità, donando a tutti la possibilità di fare l’esperienza di un Dio gioioso.

Non si può guardare e passare oltre, come se i tanti bisognosi fossero fagotti inutili.

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Non tutto corre verso la fine

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Non tutto corre verso la fine: in ognuno c’ é qualcosa che va sempre oltre.

Per alcuni é il sogno  diversamente sognato, che continua a dare un fascino alla vita.

Un sogno che segna il cammino, ma non genera la speranza di un altro mondo.

Il fascino, infatti, certamente abbaglia, ma non offre un vero senso al vivere.

Per altri, invece, solo  la speranza di  guardarsi in Cristo fonda la bellezza di ciò che corre.

Ed apre la voglia di plasmare il presente come un vaso pregiato , dove  tutti possono deporre se stessi e  farsi modellare dal silenzio di Chi, senza parlare, traccia il futuro del nostro aldilà.

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E sono veramente un altro!

fascio

Quando sto solo, mi guardo intorno e fisso tutto ciò che mi attrae.
Poi, mi arresto, soggiogato dall’ ascolto del silenzio, che mi parla
e mi trascina lontano, dove é più facile cogliere tracce di verità.
Non importa se é giorno o notte, se sono in casa o fuori, o altrove.
Mi ritiro sempre nella camera del mio cuore e qui dopo aver tolto
dalle pareti pensieri e sentimenti rumorosi, esco fasciato di luce
E sono veramente un altro!

È più bello tacere che parlare

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È più bello tacere che parlare. Non c’ è una parola più profonda del silenzio.

Eppure parliamo troppo. Forse per non ascoltare o per irretire la sua Parola.

Scivoliamo in tante chiacchiere per allontanarci dall’ ascolto, come se avessimo quasi paura di sentire ciò che il Signore vuole dirci.

Imbavagliamo cosi la Parola vera per gridare le nostre parole, che nulla creano e servono solo a dipingere illusioni.

Anzi, a differenza del silenzio, dove l’ ascolto si impregna di gioia accogliente la Parola ed apre all’ anima orizzonti di bellezza, le parole affogano in un intreccio di suoni inutili, che infastidiscono il silenzio e l’ ascolto.

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La forza della parola di cuore

abuso

L’ abuso della parola genera parole inutili,  che si rincorrono facilmente

e,  quasi sempre,  affogano lá dove tutto è gridato a buon mercato.

Quante parole, ogni giorno, sfiorano i nostri orecchi e nessuna è capace

di imporre una sosta di attenzione?  Nessuna cattura la mente e il cuore?

Non è forse vero che il loro pullulare si traduce in una corolla di petali secchi,

che si sbriciolano appena toccati dal vento?

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La caduta del desiderio di Dio

cad

 

Non é forse vero che oggi  c’ è una caduta del desiderio di Dio,

generata dal naufragio dei valori e una grande voglia di avere e bruciare tutto in fretta ?

Certamente abbiamo smarrito il vero orientamento della vita,

per cui non sappiamo più volare in alto, anzi ci siamo assuefatti al piccolo particolare da gestire,

che consumiamo purtroppo senza alcuna prospettiva.

Siamo fermi a ciò che vediamo,  con l’ unico tarlo nella mente di affogare ogni desiderio e voglia nel piccolo mondo,

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Non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo!

serNon è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo!
«Senza momenti prolungati di adorazione, di incontro orante con la Parola, di dialogo sincero con il Signore facilmente i compiti si svuotano di significato, ci indeboliamo per la stanchezza e le difficoltà» (Evangelium gaudium). La preghiera imbastita non solo delle nostre richieste di grazie, ma soprattutto di gratitudine verso il Signore fa posare automaticamente il Suo sguardo amorevole su di noi. E noi come reagiamo alla provocazione di chi ci domanda:-Che amore è il tuo se non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere? La Sua vita, i Suoi modi di trattare i poveri, i Suoi gesti, la Sua coerenza, la Sua generosità quotidiana e semplice, ed infine la Sua dedizione totale verso gli altri si rivelano preziosi, perché sono capaci di fornire risposte a tutti i nostri interrogativi esistenziali e/o personali. «La Verità è in grado di penetrare là dove nient’altro può arrivare. La nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore». Solo in questo modo, coloro che soffrono, coloro che domandano il nostro aiuto, coloro che attendono da noi una parola di conforto riconosceranno nel nostro cuore la Sua presenza, e non sapranno più fare a meno della Sua infinita tenerezza. «Non c’è maggior libertà che quella di lasciarsi portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare e a controllare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera» (E.G.)

A cura di Teresa Perillo