Quel piovigginare leggero

Quel piovigginare leggero,quasi suono di carezze pizzica il silenzio,che mi apre a voli di estasi Mi aggrappo a pensieri di mistero,che l’oscurità del cielo fa ancora più intriganti:e io mi perdo Però,senza cedere alla fantasia,mi lascio andare correndo più in […]

Soddisfatto

Non verso una lacrima per ciò che mi manca quello che ho,lo vivo come se non l’avessi Niente restringe il cuore nè poco né molto volo sempre in alto felice di ciò che sono

Acqua bucata

Come onde che si infrangono contro gli scogli sono le tue idee:si perdono solo in gorgheggi e nulla lasciano se non forme di acqua bucata

La mia veritá

Niente faccio per sembrare ciò che non sono Anzi,tutto compio per rivelare ciò che sono Non gioco io ad essere mistero,ma gli altri sono che si divertono a darmi forme diverse Ciò che tu vedi o ascolti,io sono;gli occhi le […]

Convenienza storica

La storia soffre di verità:nelle doglie del parto spesso fa nascere troppe bugie,disegna personaggi su troni di cartone,muta in eroi masanielli vuoti Un mondo a dir poco artefatto,che il tempo scuote con fermenti di critica,rivelando ciò che fu vero rispetto […]

 

Dal conflitto alla comunione

Papa 

Dal conflitto alla comunione nella reciprocità

 

Dal 18 al 25 gennaio la Chiesa cattolica, in comunione con tutti i fratelli cristiani di altre Chiese e confessioni religiose, prega intensamente il Signore per il dono dell’unità. La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è l’espressione più alta dell’impegno ecumenico dei cristiani. Dal punto di vista etimologico il termine ecumenismo deriva dal greco oikoumene e significa casa comune, casa abitata. In senso più ampio poi terra abitata, mondo abitato. Nei nostri giorni, pur conservando il senso etimologico e storico, il termine ha acquistato il significato specifico di movimento per ricomporre l’unità delle Chiese: «Per “movimento ecumenico” si intendono le attività e le iniziative che, a seconda delle varie necessità della Chiesa e l’opportunità dei tempi, sono suscitate e ordinate a promuovere l’unità dei cristiani, come sono in primo luogo, tutti gli sforzi per eliminare parole, giudizi e opere che non rispecchiano con equità e verità la condizione dei fratelli separati e perciò rendono più difficili le mutue relazioni con essi; poi, nei congressi che si tengono con intento e spirito religioso tra i cristiani di diverse Chiese o Comunità, il “dialogo” avviato tra esponenti debitamente preparati, nel quale ognuno espone più a fondo la dottrina della propria Comunità e ne presenta con chiarezza le caratteristiche” (Unitatis redintegratio 4). Il tema dell’annuale edizione dell’Ottavario di Preghiera, scelto ed elaborato dai fratelli e dalle sorelle delle Chiese del Canada, è tratto dall’epistolario paolino, dove con chiarezza e forza veniamo esortati, sia come singoli credenti sia come comunità ecclesiali, ad accogliere in mentalità e prassi, fino ad ogni estrema possibilità, quanto San Paolo ricorda ai Corinzi: “Cristo non può essere diviso!” (1 Cor 1, 1-17). Questa forte affermazione dell’Apostolo Paolo è posta alla nostra riflessione per la preghiera comune di quest’anno. E’ scandaloso utilizzare Cristo per sancire le nostre divisioni; divisi nel nome di Cristo: questo è il paradosso e lo scandalo della nostra vita cristiana. Il nostro impegno è di mettere in discussione questa logica; occorre passare dal conflitto e dalla divisione alla comunione nella reciprocità. Anche in contesto di divisione occorre riconoscere, accogliere e valorizzare i doni degli altri. Riconoscere i doni degli altri, anche di coloro con i quali si è in conflitto, significa prima di tutto riconoscere l’opera di Chi quei doni ha elargito, cioè Dio stesso. Riconoscere i doni gli uni degli altri significa per noi oggi innanzitutto, riconoscere i doni della grazia elargiti con generosità all’intero popolo di Dio, pur nelle sue diversità. Chiediamo allo Spirito il dono della comunione, consapevoli che, sotto la guida di Dio, il nostro pellegrinaggio verso l’unità non si arresta. L’ecumenismo è prima di tutto un processo spirituale, che si realizza nell’obbedienza fedele al Padre, nel compimento della volontà di Cristo e sotto la guida dello Spirito Santo. Non desistiamo nel nostro impegno ecumenico! Preghiamo perché possa realizzarsi il “sogno” di Gesù: che «tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).

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La fede: abbandonarsi ad un ” Tu ” che mi sostiene

 

fede come abbandono in Dio«A Dio che rivela è dovuta «l’obbedienza della fede» (Rm 16,26; cfr. Rm 1,5; 2 Cor 10,5-6), con la quale l’uomo gli si abbandona tutt’intero e liberamente» (Dei Verbum 5). Con questo testo il Concilio Vaticano II ci dona una preziosa descrizione della realtà della fede che supera quella concezione intellettualistica e contenutistica che si era imposta con il Concilio Vaticano I. Credere non significa aderire intellettualmente ad alcune verità rivelate; credere non equivale semplicemente a prestare l’assenso dell’intelletto e della volontà ad un corpus dottrinale. Aver fede significa prima di ogni cosa abbandonare la propria vita nelle mani di un Altro che abbiamo riconosciuto come il centro, il fondamento e il senso della nostra storia personale. La fede è sì assenso dell’intelletto e della volontà a Dio che si rivela, ma è anche adesione totale e libera dell’uomo. La fede nasce e si sviluppa all’interno di un rapporto interpersonale e storico, che matura nella comunità ecclesiale. La fede è dialogo interpersonale, interpellante incontro di libertà. Dio, nella sua bontà e sapienza, in maniera assolutamente gratuita e incondizionata, desidera da sempre aprire un dialogo salvante con l’uomo, un salutis colloquium (Paolo VI). La fede è dunque ob-audio, fiducioso affidamento di sé a Dio che si rivela in Cristo come Amore, ascolto dinamicamente proteso verso una Parola portatrice di senso ultimo e definitivo, abbandono totale, libero e consapevole, reso possibile dall’iniziativa gratuita e libera di un Padre, che «muove il cuore» dell’uomo e «apre gli occhi dello spirito», donando a tutti dolcezza e soavità nel consentire e nel credere alle verità. Aver fede è dire “Io credo in Te, Gesù, quale senso pieno della mia vita”. Avere fede è abbandonarsi con l’atteggiamento del bambino ad un «Tu che mi sostiene e che, nell’incompiutezza e nella profonda inappagabilità di ogni incontro umano, mi accorda la promessa di un amore indistruttibile, che non solo aspira all’eternità, ma ce la dona» (J. Ratzinger).

A cura di Don Agostino Porreca

 

Battesimo di Gesù

 battesimo

La  celebrazione liturgica del Battesimo di Gesù ha una sua grandiosità, una sua ricchezza che non può essere interpretata esclusivamente o prevalentemente in chiave di anticipazione prefigurativa del nostro Battesimo.

Il Battesimo di Gesù è qualcosa che riguarda soprattutto Lui e la Sua missione di salvezza in mezzo agli uomini.

Il riferimento al nostro Battesimo è solo una conseguenza.

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Il ritorno alla ” preferenza “

La riforma elettorale è una esigenza indilazionabile.

E’ l’unica strada valida per il ritorno all’amore verso la politica, la quale, al di là del disagio affettivo,  generato da una sequela di comportamenti maldestri e poco dignitosi, resta il vero  mondo, dove ognuno può esprimere se stesso nell’interesse della collettività.

Purtroppo, in quest’ultimo ventennio, la mania partitica  l’ ha svilita, facendola scivolare in un mosaico di tasselli  voluti dai capi e non più dalla volontà popolare, del tutto espropriata dei suoi poteri di scelta.

Il pensiero dominante dei nuovi politici non è stato il rispetto della rappresentatività popolare, che creava interesse per scelte qualificate di persone conosciute e nelle quali ognuno aveva fiducia, ma solo l’intrigo artificioso, per realizzare una corte di incerti personaggi, pronti ai ” sì ” di convenienza e non di intelligenza autonoma, finalizzata al bene della collettività.

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Il cielo ci guarda…

 

Ovunque noi siamo, il cielo ci guarda

sentiamo il suo respiro che  si fonde

al nostro, vediamo il sorriso  intriso

di  mille colori quando il sole sorge

e tramonta,viviamo la sua malinconia

all’ombra della luna che crea figure

a mò di fantasmi,ravviamo il destino

rincorrendo le sue stelle splendenti

Ovunque siamo,non possiamo diventare

estranei al suo cuore, neppure quando

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Etica del Lavoro

Il mio è un intervento  intessuto di considerazioni, generate essenzialmente dalla visione di una realtà, la nostra, dove quasi tutto si misura sull’avere e poco o nulla sul rispetto dell’essere e,quindi, della dignità della persona. Sembra ascoltare il grido inquietante di Fromm,quando dice:”l’uomo è morto,viva la cosa”,soprattutto la cosa che produce ricchezza,consumismo,indipendentemente dalla realizzazione di chi la produce e dall’integrazione del lavoro nella costruzione  di una sana vita personale e relazionale.

Non si può negare che oggi molti dimenticano o banalizzano la priorità dell’uomo, la dignità e la finalità del lavoro, sacrificate spesso sull’altare di una dinamica di mercato e di produzione, interpretata come indipendente dallo stesso soggetto del lavoro. Purtroppo c’è più attenzione al significato oggettivo del lavoro che a quello soggettivo, trascurando così che  l’uomo,come persona, è il vero soggetto del lavoro. Pertanto,qualunque sia l’oggetto della sua attività, essa deve mirare alla realizzazione della propria umanità. Ed è proprio questa dimensione soggettiva, personale del lavoro che fonda la sua stessa sostanza etica. Il che significa che il lavoro si misura con il metro della dignità dell’uomo che lo realizza: il valore vero è il soggetto che opera,non tanto le cose che egli realizza o la realtà che domina. Considerare il lavoro come una merce sui generis, una forza anonima del processo di produzione e trattare l’uomo come uno strumento e non come soggetto  e, quindi, come vero scopo di tutto il processo produttivo, significa negare la stessa grandezza e dignità dell’uomo e vederlo solo come parte di un meccanismo socioeconomico. Nessuno uomo deve essere stimato un mezzo per i fini di un altro né deve essere usato per fini che non siano quelli del suo sviluppo umano integrale. Il che comporta che una azienda, una impresa non deve guardare solo il risultato finale, vedendo il soggetto del lavoro come un semplice fornitore, in grado di erogare una prestazione, ma deve saper organizzare un contesto di reciproche responsabilità, dove il lavoro viene visto sia come un bene,che offre possibilità di sostentamento ed opportunità di crescita umana,spirituale e professionale; sia come dono di sé,di servizio per il bene comune, di apertura verso gli altri,di altruismo. Naturalmente questo contesto di corresponsabilità, che dovrebbe vedere coinvolti lavoratori ed imprenditori,esige per i primi passione per il proprio lavoro e professionalità; per i secondi, l’impegno a migliorare la qualità del contesto umano ed organizzativo in cui si lavora, in modo che ognuno possa dare il meglio di sé. Guidati da tali obiettivi,entrambi non si esauriscono ad avere“il più”, quanto piuttosto ad essere “di più”.

Pertanto, se negli uni o negli altri vengono a mancare queste tensioni etiche, che creano corrette relazioni, certamente funzionali allo svolgimento delle attività produttive, facilmente si scivola in un andirivieni di interessi particolari, che sviliscono non solo il lavoro in sé e l’interpersonalità tra i suoi soggetti, ma anche lo stesso interesse aziendale, generando confusione e reciproca volontà di tutelare non il bene dell’azienda o dell’impresa, ma solo il proprio immediato e momentaneo “particolare”, per il cui raggiungimento si adoperano tutti i mezzi, spesso anche illeciti. Invece, in una dinamica di attente responsabilità, animate da un reciproco spirito di servizio e di cooperazione per il bene comune,che stanno alla base di una autentica umanizzazione della vita economica, si creano e si delineano prospettive di collaborazione nell’interesse delle rispettive dignità dei soggetti del lavoro:lavoratori ed imprenditori, e della stessa azienda od impresa, che viene a configurarsi non più come un “quid” impersonale, in cui calare semplicemente le proprie pretese, ma come un “quid” personalizzato e familiare, nel quale tutti si ritrovano come protagonisti e non più come comparse di cui servirsi. Se il lavoro viene così interpretato ed i rapporti tra i suoi soggetti così vissuti, allora tutto diventa semplice e sopportabile; persino le normative giuridiche che si rincorrono sulla sicurezza delle attività lavorative non saranno stimate come pesi da evitare, ma come “doni” da applicare, per la comune salvaguardia.

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Poesie prese da “Parole come chiodi” ed. Città Nuova

Il mistero

Come vorrei comprendere

il   Tuo  e  il   mio   mistero

turbinio   di   idee   che   si

fermano quasi   sempre là

dove  è   la   soglia  Ultima

A  volte   allungo  le  mani

perché  mi  sembri  Vicino

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II Domenica dopo Natale

La liturgia di questa II^ domenica dopo Natale è ancora pervasa dallo spirito natalizio; gustiamo ancora lo stupore del mistero della nascita di Gesù Cristo, il quale fissa la Sua tenda in mezzo a noi, per introdurci nello splendore della conoscenza e della intimità di Dio.

Le tre letture bibliche, attraverso un intreccio di tematiche, che evidenziano l’armonia fra Antico e Nuovo Testamento, offrono alla nostra considerazione l’amore silenzioso e manifesto di Dio verso la creatura, dalla quale aspetta il suo esodo, cioè la sua uscita da sé per incontrarLo.

Nella prima lettura, ripresa dal libro del Siracide, contempliamo la Sapienza, la quale esce dalla stessa bocca di Dio per approdare sulla terra. Qui, fissa la sua tenda a Gerusalemme; prende in eredità il popolo di Israele, e con esso si incammina verso il tempio, per celebrare il culto.

Pertanto, all’origine del mondo creato, della predilezione che Dio nutre verso Israele e dello stesso culto, c’è la sapienza di Dio, che, uscendo da sé, rompe il silenzio ed entra in contatto con le sue creature.

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Mons.Pasquale D’Anna:vero uomo e vero sacerdote

Cinquant’anni vissuti alla sua ombra in un intreccio di parole e di silenzi,di sguardi e di gesti sempre proiettati alla creazione di un futuro comune, mai lontano da quel senso profondo  di ecclesialità  che costituiva il suo modus vivendi. Il suo approccio alle cose e alle persone era irrorato da un alto spirito di rispetto e di giustizia,che, a primo impatto, dava l’impressione di una serietà imperiosa,invece lentamente si scioglieva nella dolcezza di un cuore che si apriva alle ansie e alle altrui richieste.

Non era una figura di altri tempi,distante dalla realtà così rumorosa ed insieme affascinante,ma un uomo  vero,impregnato di una grande umanità, chiamato ad essere dal Signore  suo sacerdote per sempre.Un ministero svolto in maniera esemplare, tanto da costituire per la sua Parrocchia e l’intera Arcidiocesi di Capua un punto di riferimento sia  per le piccole che per  le grandi scelte.

Ora Mons. Pasquale D’Anna ha concluso il suo pellegrinaggio,che veniva da Lui considerato solo una breve pausa prima di iniziare il grande gioco dell’Eternità.Con Lui vola in alto un pezzo di storia locale e diocesana non per cadere nell’oblio,ma per ergersi ad esempio,sulla cui lunghezza ognuno,laico o sacerdote, possa progettare il suo domani nell’orizzonte di una feconda fraternità umana e sacerdotale.

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Visita al Carcere di S.Maria C.V

C’è un mondo vivo,profondamente umano,dove ogni volto è una storia,nelle cui pieghe si cela un intarsio di emozioni e di sofferenza per gli affetti lasciati e mai abbandonati:è il mondo delle carceri,dove i sorrisi di felicità si contano raramente,gli sguardi di tristezza,invece,aleggiano negli occhi di tutti.

Una tristezza che non si allontana dalla loro dignità e sembra farsi speranza,radicata nella consapevolezza che un giorno il deserto che stanno vivendo,al di là degli accadimenti che li hanno travolti,possa trasformarsi in un giardino,irrorato dalla solidarietà dei benpensanti.

Mai l’ascolto di un canto natalizio aveva penetrato,fino alla sofferenza la mia anima,come quello suonato e cantato,oggi 30 dicembre 2013,dai detenuti del carcere militare di  Santa Maria  nella Caserma Ezio Andolfati.

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