PRIMA DI AVVENTO

    avv. 1 L’Avvento è tempo di speranza, di vigilanza, di risveglio; non è un momento a sé stante, nella ricerca di emozioni da vivere al cospetto di chi ha rivoluzionato la traiettoria della storia umana, ma è un modo di vivere e di pensare secondo Cristo e secondo il suo Vangelo. Così vissuto, l’Avvento è o diventa realmente il paradigma di ciò che deve essere la nostra esistenza. Un’esistenza non chiusa nel torpore delle false sicurezze, ma attenta a cogliere i segni del passaggio del Signore, che bussa alle porte del nostro cuore.

Oggi più che mai dobbiamo sapere chi siamo, dove andiamo; dobbiamo conoscere quale è la nostra speranza. Non possiamo capire la nostra umanità, se guardiamo solo al presente: noi   siamo proiettati nel futuro.  Ed è solo questo futuro che ci manifesta chi siamo. L’Evangelista Giovanni dice:”Carissimi, fin d’ora noi siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è” (Gv. 31-5).

Parole audaci che esprimono la nostra eredità futura: la divinità di Cristo Salvatore sarà intimamente connessa con la nostra divinizzazione di salvati. Ed in questa intimità, e solo in essa, sapremo chi realmente siamo. Abbiamo quindi bisogno di trascendenza, di eternità: qualsiasi altra speranza che non sia eterna, ci risulta, infatti, menzognera. Solo la fede nella eternità riunisce presente e futuro; essa trascende l’istante, ma, nello stesso tempo, gli dà un valore immenso; per cui tutti gli istanti vissuti in grazia di Dio, rientrano nell’eternità. Allora, se siamo fatti per la eternità, per incontrarci un giorno con il Signore, non ha senso costruire qui, su questa terra la grande torre di Babele, fonte di confusione e di disfattismo; né ha senso alcuno farsi la piccola torre di avorio, nella quale gustare la propria ingordigia, dimenticando quanto Gesù dice:”A che serve guadagnare il mondo, se poi perderai l’eternità?”.

Di fronte alla caduta di tante speranze apparenti, che per secoli hanno costituito la fragile torre di Babele, come il marxismo, proiettato in un futuro immaginario e dannoso; oppure l’edonismo, immerso in un presente senza futuro, sfuggente che sbocca nel nulla, abbiamo bisogno di una speranza che non inganna. Non possiamo fermarci a guardare sorpresi la segnaletica della morte, dubbiosi che la vita non sia altro che una sua variazione, e, quindi, un non senso. Non possiamo vivere senza speranza, anzi abbiamo bisogno di sperare, se vogliamo sopravvivere. Nella provvisorietà delle cose, nella fragilità di quanto ci circonda, c’è una sola speranza che non inganna: è Gesù Cristo, il quale nel Vangelo odierno proclama:”la vostra  liberazione è vicina”. Una vicinanza temporalmente indeterminata, che ci deve coinvolgere in un’attesa vigile, operosa che parte dalla Sua contemplazione e discende sul versante della nostra quotidianità. E’ Lui, Gesù Cristo, la pietra angolare sulla quale possiamo e dobbiamo progettare e realizzare l’edificio della  nostra liberazione: una liberazione che agisce nella profondità dei cuori e ci converte alla speranza vigilante. Vigilanza per non cadere in “dissipazioni, ubriachezze ed affanni della vita”, e per essere sempre desti, vegliando in preghiera, preparati all’avvento di Gesù che salva; vigilanza in cammino sulla strada giusta della verità, per non sbandare nel deserto, nella oscura notte dei dubbi; vigilanza per non cadere nella ragnatela della superficialità, convinti di essere in attesa non di qualcosa, ma di un evento, di un giorno, di una persona: Lui, Gesù Cristo, il punto di riferimento delle nostre piccole e grandi scelte, il ponte tra l’aldilà che ci aspetta e l’aldiquà che viviamo come pellegrini, mendicanti del Cielo.

 

 

 

 

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