E ti trovo

E ti trovo anche quando insorge la certezza di perderti. Resisto e supero sempre la tentazione di strade diverse, che sembrano brillare con percorsi facili, un luccichio di vuote moine maglie incatenanti, che presto evaporano. Resto ritto senza mai incurvarmi,con […]

unione

Meglio un pezzo di pane secco…

” Meglio un pezzo di pane secco e la serenità, che una casa dove si banchetta splendidamente e si litiga”(Proverbi 17,1). Non sempre la sapienza biblica trova accoglienza nelle famiglie moderne, dove tutto si misura sul possesso delle cose e […]

umil

Sognai di essere un grande uomo

Un giorno sognai che ero diventato un grande uomo. Mi vedevo e sentivo di essere ammirato da tutti. Godevo e gridavo che avevo raggiunto ogni meta solo con la mia intelligenza. Avevo tutto e nulla desideravo. Ero pieno di me […]

31 maggio

30 maggio

 

V Domenica Tempo Ordinario

saleQuella di oggi è la domenica “del sale e della luce”. Due immagini semplici, ricche di significato, tratte dall’esperienza quotidiana, con le quali Gesù definisce la natura del vero cristiano, e, quindi, ci presenta l’identità del vero discepolo. E lo fa subito dopo la proclamazione delle Beatitudini, quasi a volerci dire che solo chi è povero in spirito, mite, misericordioso, operatore di pace, può diventare sale della terra e luce del mondo. In altre parole, colui che Gesù chiama “beato”, non lo è solo per se stesso, ma anche  per gli altri. Il discepolo, che sa di essere il riflesso della identità di Gesù, non può non ascoltare l’invito ad essere punto di riferimento, di purificazione e di trasformazione nel contesto storico e sociale in cui vive ed opera. Pertanto, cogliere il valore di queste due immagini, sulle quali Gesù innesta l’insegnamento rivolto ai discepoli, è molto importante. Ebbene, nella prima troviamo una vivace qualificazione di coloro che si mettono alla sequela di Cristo: ”Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini”. Al di là della ricchezza simbolica che il sale evoca presso gli antichi, possiamo dire che esso è un felice simbolismo per configurare la natura del cristiano, il quale deve essere in mezzo agli uomini quello che il sale è nel cibo. La sua presenza nel cibo, anche se non si nota, è indispensabile; viceversa, la sua assenza non passa inosservata e, quindi, non si può nascondere. Come il sale, che agisce negli alimenti in maniera discreta,scioglie nodosi e perdendosi in un gustoso sapore, così ogni cristiano, in umiltà e senza chiasso, deve saper dare sapore nuovo alle cose. Deve far rinascere il gusto e il desiderio di ciò che e’ semplice, di fronte ad un mondo così sofisticato ,che ci propina tante stranezze  comportamentali. Un cristiano che semina gioia, che si pone  quale testimone di onesta’ o portatore di solidarietà; e lo fa senza grandi parole ed ostentazioni, esprime in maniera feconda il suo compito di essere sale della terra. Viceversa, un cristiano che non diventa all’interno di una comunità, vera profezia, pero’ non a parole,ma con le opere, rischia di essere insignificante, del tutto inutile.  E l’ insignificanza  è il pericolo che incombe su molti di noi, spesso sedotti solo dal profetismo delle parole, nel disincanto della vita quotidiana, nella quale più che testimoniare Cristo, preferiamo soltanto metterci in mostra, accaparrarci le prime pagine, dimenticando che Gesù non si è mostrato al mondo in modo spettacolare, ma in tono umile e dimesso. Questa immagine del sale, usata da Gesù per designare i discepoli e la Chiesa, è da Lui completata con quella della luce: ”Voi siete la luce del mondo”. Come Cristo, luce che rischiara il cammino dell’umanità verso Dio, così noi cristiani, suoi seguaci, siamo chiamati a manifestare, con la luce della nostra fede, Dio agli occhi del mondo. E tale annunzio non lo dobbiamo far passare solo attraverso le parole, ma attraverso la testimonianza delle opere:” Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perchè vedano le vostre opere e rendano gloria al Padre che è nei cieli”.le quali rendono visibile nella nostra vita la forza trasformante del Vangelo. Solo davanti a queste opere il mondo saprà vedere la mono di Dio, e leggerà sul volto di chi le compie i tratti del volto di Cristo. Significativo a tale proposito, è il rimprovero che il filosofo tedesco, ateo, il Nietzsche, rivolgeva ai cristiani:” Se la buona novella della vostra Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, voi non avreste bisogno di insistere…… le vostre opere dovrebbero rendere quasi superflua la Bibbia, perché voi stessi dovreste essere la Bibbia viva”. Purtroppo, molto spesso più che essere pagine evangeliche viventi, specchio dell’agire stesso di Dio, siamo soltanto cembali sonori, vibranti per noi stessi e per le nostre esigenze di protagonismo. Ebbene, la testimonianza delle opere è richiamata in maniera energica anche nella prima lettura, ripresa dal libro di Isaia, dove il profeta, lungi da ogni forma di ritualismo, esalta il primato dell’amore: ”spezza il tuo pane con l’affamato, introduci in casa i miseri, senza tetto, vesti chi è ignudo, senza distogliere gli occhi dalla tua gente. Allora la tua luce sorgerà come l’aurora”. Il cristiano che ama concretamente, che si mette dalla parte del bisognoso, risplende davvero come luce; una luce che, squarciando le tenebre dell’errore, rende possibile l’incontro con Dio e con i fratelli. Pertanto, non possiamo continuare ad essere cristiani chiusi in noi stessi, soddisfatti della nostra fede, espressa nella semplice pietà ritualistica.  Dobbiamo essere cristiani per gli altri, al servizio di tutti, non ostentando la nostra magniloquenza persuasiva con una sorta di autocompiacimento, ma seguendo la logica di Cristo Crocifisso, che dalla debolezza della Croce fa scaturire la più grande luce d’amore, che tutti dobbiamo testimoniare con la forza dello Spirito Santo.

Piccolo dio

ete

Finchè non entri nel deserto dell’anima

ove assapori domande e risposte diverse

ove vedi il tempo perdersi nei sussurri

dell’eterno,che danno l’ora dell’arrivo

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Il Parlamento: che vergogna!

parlamento

E’ una sofferenza lacerante assistere alle sceneggiate dei parlamentari, che hanno trasformato le camere in teatri, dove ognuno recita,  servendosi di canovacci artefatti e quasi sempre gia’ in disuso.

Parlano e si muovono come comparse con la voglia di sentirsi protagonisti davanti ai loro protettori politici.Ma non si rendono conto che hanno imbastito solo un coacervo di senza idee, anzi con una sola idea,quella di restare parlamentari, ben sapendo che nessuno ,al di fuori del Parlamento, potrebbe sostenere la loro costosa nullafacenza, se non questa  politica  di compromessi estremi.

Discutono con il solito girotondo di parole incomprensibili, gridano e gesticolano per dare suffragio ai loro morti pensieri, mentre fuori la realtà rivela un intarsio di graffiante povertà.

Ed è  triste,soprattutto se si consideri che all’ avanzare della miseria risponda la loro prosopopea di inutili iniziative o di continui tentativi di raschiare quei pochi risparmi, che ancora resistono alle follie fiscali.

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La Presentazione di Gesù al Tempio

gesù

La liturgia della Parola di questa Domenica pone alla nostra attenzione il racconto della presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme. Un racconto tratto dal Vangelo di Luca.

Ci si trova al cospetto di un fatto storico-teologico, che viene arricchito ed interpretato con figure, riferimenti e citazioni del Vecchio Testamento. Infatti, non si può negare che alla narrazione di oggi, dove leggiamo  che Giuseppe e Maria portano Gesù al tempio, per adempire la duplice prescrizione della legge di Mosè: presentazione del primogenito maschio al Signore e purificazione della madre dopo  40 giorni dal parto, soggiace la storia  del piccolo Samuele, divenuto poi un grande profeta,  presentato dalla madre al sacerdote Eli. (I Sam 1,24-28)

Ebbene,le parole che il Vangelo oggi mette  sulle labbra del vecchio Simeone, simbolo di tanti altri che in Israele aspettavano il Consolatore, la salvezza messianica,  sono il punto fondamentale e centrale del racconto. Esse contengono nella prima parte una proclamazione, nella seconda invece  una profezia.

Premesso che sia Simeone che la profetessa Anna incarnano l’attesa messianica del popolo di Israele, è opportuno sottolineare che nella proclamazione  registriamo l’ esatta valenza del mistero che celebriamo oggi: sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, che aveva rivelato al vecchio Simeone, che non avrebbe visto la morte senza aver visto il Messia, Egli, Simeone, chiama Gesù Salvatore, luce delle genti e gloria di Israele. E dopo aver gustato tra le sue braccia il profumo di Dio, il Messia, Simeone si scioglie in un cantico di profonda tenerezza e di illuminata bellezza:” Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”. Un quadro veramente stupendo, dove due sono i protagonisti: Simeone e il Bambino,una vita che sta per tramontare, un’altra che è  appena fiorita. Sembra vedere la vecchiaia del mondo che accoglie fra le sue braccia l’eterna giovinezza di Dio.

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Domenica III Tempo Ordinario

unitàIl messaggio fondamentale della liturgia della Parola  odierna è dato dal simbolismo della “luce”, che, già domenica scorsa, il profeta Isaia ha annunciato per il servo sofferente di Jahvè:”Io ti renderò luce delle nazioni”. Questa “grande luce” che Dio, attraverso il profeta, promette alle regioni di Zabulou e Neftali, soggiogate dal re dell’Assiria, è Gesù Cristo, il quale viene presentato dall’ evangelista Matteo come Colui che realizza le profezie del Vecchio Testamento.

Infatti, esplicito è il collegamento  quando dice: ”Gesù……venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zabulou e di Neftali, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo per profeta Isaia”. Non solo Gesù è identificato in questa “grande luce”, ma anche il suo insegnamento si profila come una “grande luce”, che egli compendia in una sola espressione, carica di attrazione trasformante: ”Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino”. Qui, con forza, senza compromessi, proclama che la regalità di Dio si è fatta vicina all’uomo; e, per mezzo di Lui, Dio è entrato nel tempo, nella storia, per farsi compagno di viaggio dell’uomo; per bussare alla porta del suo cuore, onde elevarlo e trasformarlo in un’esperienza di grazia, di luce e di gioia.

Quella di Dio è una vicinanza che si realizza  sì in Cristo, però esige un cambiamento profondo del cuore e della mente; una trasformazione interiore che diventa disponibilità, apertura. Pertanto, se nel messaggio di Cristo è centrale l’annuncio del regno di Dio, la nostra conversione è la condizione essenziale per entrarvi; se Gesù è la luce che risplende nel mondo, la sua accoglienza richiede che ognuno di noi debba mettersi in un atteggiamento di conversione permanente. Senza dimenticare che la conversione è già frutto del regno, è il segno della sua presenza. Infatti, nella misura in cui si arricchisce la nostra capacità di autotrasformazione, di cambiamento di vita in Cristo, nella stessa misura il regno di Dio si fa più vicino a noi.

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La fede non è un optional

torta ILa fede è necessaria per vivere. La fede non è un optional. L’uomo ha bisogno di Dio o le cose vanno ugualmente bene anche senza Dio? Se l’uomo dimentica Dio – amava ripetere Benedetto XVI – perde sempre più la vita, perché la sete di infinito è presente nell’uomo in modo inestirpabile. L’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio; l’uomo è essere relazionale, è stato creato per la relazione con Dio e ha bisogno di Dio. Per cui la fede non è un elemento accessorio, ma è necessaria all’uomo per vivere. L’uomo è capace di Dio (capax Dei); nel suo cuore è inscritto il desiderio profondo di Dio, che è desiderio di gioia, di pienezza, desiderio di Cielo. L’uomo è fatto per andare oltre l’umano, per trovare in Dio il significato del suo essere pienamente uomo. Ecco allora la necessità della fede per l’uomo. Papa Francesco, con una immagine ad effetto immediato, semplice, ma diretta e toccante, così ha espresso la necessità della fede per la vita dell’uomo: “La fede non è una cosa decorativa, ornamentale, non è decorare la vita con un po’ di religione … come si fa con la panna che decora la torta” (Angelus 18 agosto 2013). Pur essendo l’uomo aperto al Trascendente, pur essendo l’uomo capace di Dio e della relazione con Lui, non può conoscere Dio unicamente confidando nelle proprie forze o capacità. La fede nasce dal dono della Rivelazione e dalla grazia di aderivi. Per quanto l’uomo cerchi Dio, per quanto tenti di vedere il suo volto, per quanto si sforzi di conoscere il suo mistero, non può farlo con le sole proprie forze. L’uomo cerca Dio con tutte le sue capacità. Questa ricerca è santa, è bella, ma da sola non può raggiungere Dio; è necessaria la Rivelazione, l’autocomunicazione di Dio; e ancora di più è necessaria la grazia che permette all’uomo di aderire con gioia e libertà alla Rivelazione di Dio e al suo disegno provvidenziale sulla storia. La fede è risposta; la fede è dono; la fede nasce dallo stupore dinanzi a Dio che gratuitamente si rivela e si dona. È consegna di sé al Dio Amore che per primo si è consegnato all’uomo nel suo Figlio Gesù. Questa misteriosa e reciproca “consegna” dà all’umano esistere pienezza di senso.

 A cura di don Agostino Porreca

La suora, madre di Francesco

 

suoraLa maternità  è  sempre un dono di Dio non solo per se’, ma anche per gli altri.

Non importa se ad essere madre sia una suora: un evento altrettanto bello che non può però essere banalizzato da dichiarazioni da crocicchio, che rivelano la solita povertà di spirito da parte di chi si ferma alla semplice cronaca e non scende nella problematica esistenziale della donna- madre al di la della suora.

Certo è una notizia ricca di curiosità, che acuisce gli artigli della fantasia, ma non può perdersi solo nella ragnatela di tali pensieri.

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Ecco l’ Agnello di Dio: Domenica II Tempo Ordinario

 

agnelloCon le feste dell’Epifania e del Battesimo di Gesù sono finite le celebrazioni del tempo liturgico del Natale. Co questa domenica inizia il tempo ordinario, detto così, perché con esso non celebriamo i momenti forti della storia della salvezza, quali l’’Avvento, il Natale, la Quaresima, la Pasqua, ma soltanto il mistero di Cristo nella sua vita pubblica. Un tempo che ci permette di conoscere e di vivere quanto Gesù ha compiuto in opere e parole qui, in mezzo a noi.

Il Vangelo di Giovanni ci offre una preziosa testimonianza del Battista, il quale, per primo, manifesta al popolo presente sia la figura che la missione di Cristo, indicato come “Agnello di Dio”, “Colui che toglie il peccato del mondo”.

Affermazioni ricche di significato, che certamente meritano attenta riflessione.

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Dal conflitto alla comunione

Papa 

Dal conflitto alla comunione nella reciprocità

 

Dal 18 al 25 gennaio la Chiesa cattolica, in comunione con tutti i fratelli cristiani di altre Chiese e confessioni religiose, prega intensamente il Signore per il dono dell’unità. La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è l’espressione più alta dell’impegno ecumenico dei cristiani. Dal punto di vista etimologico il termine ecumenismo deriva dal greco oikoumene e significa casa comune, casa abitata. In senso più ampio poi terra abitata, mondo abitato. Nei nostri giorni, pur conservando il senso etimologico e storico, il termine ha acquistato il significato specifico di movimento per ricomporre l’unità delle Chiese: «Per “movimento ecumenico” si intendono le attività e le iniziative che, a seconda delle varie necessità della Chiesa e l’opportunità dei tempi, sono suscitate e ordinate a promuovere l’unità dei cristiani, come sono in primo luogo, tutti gli sforzi per eliminare parole, giudizi e opere che non rispecchiano con equità e verità la condizione dei fratelli separati e perciò rendono più difficili le mutue relazioni con essi; poi, nei congressi che si tengono con intento e spirito religioso tra i cristiani di diverse Chiese o Comunità, il “dialogo” avviato tra esponenti debitamente preparati, nel quale ognuno espone più a fondo la dottrina della propria Comunità e ne presenta con chiarezza le caratteristiche” (Unitatis redintegratio 4). Il tema dell’annuale edizione dell’Ottavario di Preghiera, scelto ed elaborato dai fratelli e dalle sorelle delle Chiese del Canada, è tratto dall’epistolario paolino, dove con chiarezza e forza veniamo esortati, sia come singoli credenti sia come comunità ecclesiali, ad accogliere in mentalità e prassi, fino ad ogni estrema possibilità, quanto San Paolo ricorda ai Corinzi: “Cristo non può essere diviso!” (1 Cor 1, 1-17). Questa forte affermazione dell’Apostolo Paolo è posta alla nostra riflessione per la preghiera comune di quest’anno. E’ scandaloso utilizzare Cristo per sancire le nostre divisioni; divisi nel nome di Cristo: questo è il paradosso e lo scandalo della nostra vita cristiana. Il nostro impegno è di mettere in discussione questa logica; occorre passare dal conflitto e dalla divisione alla comunione nella reciprocità. Anche in contesto di divisione occorre riconoscere, accogliere e valorizzare i doni degli altri. Riconoscere i doni degli altri, anche di coloro con i quali si è in conflitto, significa prima di tutto riconoscere l’opera di Chi quei doni ha elargito, cioè Dio stesso. Riconoscere i doni gli uni degli altri significa per noi oggi innanzitutto, riconoscere i doni della grazia elargiti con generosità all’intero popolo di Dio, pur nelle sue diversità. Chiediamo allo Spirito il dono della comunione, consapevoli che, sotto la guida di Dio, il nostro pellegrinaggio verso l’unità non si arresta. L’ecumenismo è prima di tutto un processo spirituale, che si realizza nell’obbedienza fedele al Padre, nel compimento della volontà di Cristo e sotto la guida dello Spirito Santo. Non desistiamo nel nostro impegno ecumenico! Preghiamo perché possa realizzarsi il “sogno” di Gesù: che «tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).

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La fede: abbandonarsi ad un ” Tu ” che mi sostiene

 

fede come abbandono in Dio«A Dio che rivela è dovuta «l’obbedienza della fede» (Rm 16,26; cfr. Rm 1,5; 2 Cor 10,5-6), con la quale l’uomo gli si abbandona tutt’intero e liberamente» (Dei Verbum 5). Con questo testo il Concilio Vaticano II ci dona una preziosa descrizione della realtà della fede che supera quella concezione intellettualistica e contenutistica che si era imposta con il Concilio Vaticano I. Credere non significa aderire intellettualmente ad alcune verità rivelate; credere non equivale semplicemente a prestare l’assenso dell’intelletto e della volontà ad un corpus dottrinale. Aver fede significa prima di ogni cosa abbandonare la propria vita nelle mani di un Altro che abbiamo riconosciuto come il centro, il fondamento e il senso della nostra storia personale. La fede è sì assenso dell’intelletto e della volontà a Dio che si rivela, ma è anche adesione totale e libera dell’uomo. La fede nasce e si sviluppa all’interno di un rapporto interpersonale e storico, che matura nella comunità ecclesiale. La fede è dialogo interpersonale, interpellante incontro di libertà. Dio, nella sua bontà e sapienza, in maniera assolutamente gratuita e incondizionata, desidera da sempre aprire un dialogo salvante con l’uomo, un salutis colloquium (Paolo VI). La fede è dunque ob-audio, fiducioso affidamento di sé a Dio che si rivela in Cristo come Amore, ascolto dinamicamente proteso verso una Parola portatrice di senso ultimo e definitivo, abbandono totale, libero e consapevole, reso possibile dall’iniziativa gratuita e libera di un Padre, che «muove il cuore» dell’uomo e «apre gli occhi dello spirito», donando a tutti dolcezza e soavità nel consentire e nel credere alle verità. Aver fede è dire “Io credo in Te, Gesù, quale senso pieno della mia vita”. Avere fede è abbandonarsi con l’atteggiamento del bambino ad un «Tu che mi sostiene e che, nell’incompiutezza e nella profonda inappagabilità di ogni incontro umano, mi accorda la promessa di un amore indistruttibile, che non solo aspira all’eternità, ma ce la dona» (J. Ratzinger).

A cura di Don Agostino Porreca