Non abboccare mai

Stai lontano da chi fa promesse facili Anche se hai bisogno,non abboccare mai Quasi sempre il potere divora il cuore Non farti valutare pedina di occasione Fuggi dal gioco di chi manca d’umanità Ama la tua dignità,conquistati da solo Non […]

A testa alta

Spesso dalle bugie ordite solo per diffamare può nascere la verità,che spazza via inganno ed infamia,eliminando l’ aia della cattiveria ove ognuno fra le dita fa  frusciare  pensieri che in pochi istanti sporcano anche le perle più stupende, incise dalla […]

Guarda la meta

Non raccoglierai sempre fiori nella vita pure il giardino più bello riserva spine Nessuno cammina sui tappeti:troppi cocci t’aspettano e ognuno è sempre in agguato Mai si giunge al traguardo senza lacrime toccherai la gioia,se vinci gli ostacoli Non c’è […]

Voli di cielo

Perdonare senza i se e i ma costa.E tu amico mio,sai quanto m’addolora cedere Devi abbassare le ali,che amano volare spuntare gli artigli,per non graffiare Devi soffocare il grido della vendetta vestirti con il grembiule della carità Ricordati che perdonare […]

Uomo di valore

Solo se impari a incassare,potrai essere un uomo di valore,lontano dalle finzioni Non hai timore di parlare di ciò che sei con chiunque condividerai quello che sai L’esperienza di ieri prepara il presente ogni istante manifesta ciò che sei e […]

 

La Pentecoste:lasciamoci abitare dallo Spirito

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La Pentecoste è il memoriale della missione dello Spirito quale dono insuperabile fattoci dal Risorto. Con questo evento ha compimento la grande e unica Domenica di Pasqua e noi facciamo festa perché la vita stessa del Risorto ci è comunicata dallo Spirito. Esso non dice nulla di suo, ma comunica e conferma quanto Cristo ha comunicato e rivelato. La Pentecoste è iniziata proprio la sera stessa della Risurrezione, quando il Signore risorto venne per la prima volta tra i suoi apostoli nel cenacolo e, dopo averli salutati con l’augurio di pace, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi… » (Gv 20,22-23). Cristo ha dato lo Spirito Santo alla Chiesa come il dono divino e come la fonte incessante ed inesauribile della santificazione. La sera stessa della sua risurrezione, con una puntualità impressionante, Cristo adempie la promessa fatta sia in privato che in pubblico, alla donna di Samaria ed alla folla dei Giudei, allorché parlava di un’acqua viva e salutare, ed invitava ad andare a lui per poterla attingere in abbondanza ed estinguere con essa per sempre la sete «E questo diceva – commenta l’evangelista – in riferimento allo Spirito, che avrebbero ricevuto i credenti in lui; infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato» (Gv 7,39). Così, non appena è avvenuta la glorificazione, quella medesima promessa dell’invio-arrivo dello Spirito paraclito, formalmente confermata ai suoi apostoli , viene immediatamente soddisfatta. Non vi lascerò orfani, vi manderò lo Spirito Santo Consolatore, avrete forza dallo Spirito Santo. Lasciamoci abitare e devastare dalla forza di Dio, dallo Spirito amore. Che entri lo Spirito, cha faccia violenza, che scardini tutte le nostre scuse e le nostre porte chiuse a doppia mandata. Che mandi in frantumi le nostre (finte) difese per risvegliare in noi l’ardore e il desiderio di amare!  Vieni Santo Spirito, Vieni nel mio cuore … Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. Lava ciò che è sórdido, bagna ciò che è árido, sana ciò che sánguina…. Sia, oggi, l’inizio di una eterna e reiterata Pentecoste. Lasciamoci abitare dallo Spirito.

A cura di Don Agostino Porreca

 

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ASCENSIONE DEL SIGNORE

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L’Ascensione non è un episodio isolato della storia di Gesù. Anzi, tutta la Sua esistenza è compresa fra due punti estremi e reciproci: il Natale e l’Ascensione. Questi due misteri sono uniti da una stretta logica: soltanto Colui che è uscito dal Padre, può ritornare al Padre:”Nessuno è mai salito al cielo – dice l’evangelista Giovanni – fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo”. Pertanto, l’Ascensione dà senso pieno al Natale: il Figlio di Dio è disceso dal cielo per farci salire con lui alla destra del Padre. Senza questa risalita al Padre ci risulterebbe difficile comprendere la venuta di Gesù nella nostra storia; non comprenderemmo a fondo la sua vita terrena, la sua passione e morte; e neppure la sua risurrezione.
I due misteri, quindi, si richiamano e si completano: nel mistero dell’incarnazione, il Figlio di Dio si abbassa fino a condividere in tutto, fuorché nel peccato, la nostra condizione umana; nell’Ascensione, lo stesso Figlio eleva la sua e la nostra umanità, fino a portarla dentro la realtà più profonda di Dio, nella comunione, cioè, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Per cui tale festa ci ricorda che noi non siamo quaggiù per caso, senza un senso; abbiamo invece un futuro, un senso, una direzione di marcia: siamo chiamati alla piena comunione con Dio e con i fratelli. E questa è la nostra vocazione; per cui dobbiamo vivere in maniera degna di questa chiamata: non dobbiamo vivere senza senso né lasciarci intrappolare dalle cose; al contrario, dobbiamo vivere nella “speranza di raggiungere Cristo nella gloria”.
Cristo, con l’Ascensione, entra nella vita nuova, che implica la sua risurrezione, non solo come Dio e Figlio di Dio, ma anche come uomo e Figlio dell’uomo. Egli è il nuovo Adamo ed il rappresentante dell’umanità creata nuovamente; l’umanità che porta con sé al Padre, avendo Egli con l’incarnazione assunto la nostra condizione umana. Perciò, San Agostino dice:”Nella sua incarnazione Cristo discese da solo, ma non salì al cielo da solo”. Salendo al cielo Cristo non solo non ci ha abbandonati, ma addirittura ci ha indicato la strada per raggiungerlo nella gloria. Una festa di gioia e di grande attesa, dunque, quella che celebriamo oggi. Proprio come Gesù aveva detto ai suoi apostoli:”E’ bene per voi che io me ne vada”. Un andare che non significa partenza dal mondo né assenza dalla vita umana, ma è l’inizio di un nuovo modo di essere presente nel mondo. E il Vangelo specifica la natura di questa nuova presenza di Cristo risorto.
Egli continua ad agire nella storia in favore dell’uomo attraverso la missione e la predicazione degli apostoli:”Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura”; continua ad essere presente attraverso le opere dell’amore compiute.
Nello stesso tempo, ci affida un duplice compito: essere persone di comunione nel mondo come segno ed anticipo della comunione con Dio, a cui tutti siamo chiamati; essere annunciatori autentici dell’amore di Dio che “è Padre di tutti”.
La festa dell’Ascensione, pertanto, non ci proietta nella ricerca affannosa del soprannaturale:”che fate lì fermi a guardare il cielo?”; né ci spinge alla semplice contemplazione del divino, ma ci mostra l’orizzonte verso cui dobbiamo camminare, senza distrarci dalla vita quotidiana né dai problemi che essa presenta. Senza lasciarci sedurre da un eccessivo angelismo né da un pauroso terrenismo, dobbiamo vivere il quotidiano attraverso i segni di comunione e di solidarietà, nella consapevolezza che qui, su questa terra, progetteremo e costruiremo il nostro destino di eternità.

Crescita umana e spirituale.

madre

Non si può negare che c’ è un rapporto profondo  tra  crescita umana e spirituale.

Infatti, sia per l’ una che per l’ altra non esiste una crescita in senso puro ed autonomo.

Si arricchiscono e si condizionano reciprocamente.

Le pesantezze, le devastazioni, le fragilità  come  anche la serenità, le certezze, le gioie sono un po’ come i vasi comunicanti.

Sono contenuti che scendono e salgono e possono facilmente influenzare ogni equilibrio.

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la lettera anonima

anonima

Un giorno, un bambino mi chiese:” Che cosa ti piace in un uomo e cosa vorresti che  non facesse mai ? “.

Lo guardai negli occhi, pieni di curiosità, mi fermai alcuni istanti e gli risposi: ” In un uomo mi piace tutto, perché egli è  il capolavoro di Dio”.

Anche se a volte   fa i capricci e preferisce percorrere strade alternative al suo disegno di salvezza, conserva sempre in sé,  nel suo cuore, la bellezza dell’ immagine e somiglianza.

Ecco perché , nonostante tutto, Dio lo cerca sempre e lo trova sempre.

Così, anch’ io, benché spesso giudicato male, reso oggetto di stupide fantasie o di pensieri maldestri, non riesco mai a dire di no a chi, in difficoltà,  mi chiede qualcosa.

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Il Muro del Pianto

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Quanti pensieri, desideri e speranze nel cuore del Santo Padre davanti al Muro del pianto!

Riassunti nella preghiera, consegnata alla storia, con una piccola busta bianca, in una fessura delle grandi Pietre, il Papa ha parlato solo con gli occhi, che sembravano luci penetranti ed illuminanti dell’unica Fede, che segnò il cammino di Abramo, padre di tutti: ebrei,islamici e cristiani.

muro 1Tre Popoli di proprietà dello stesso Dio, che ieri e persino oggi,continuano spesso a percorrere vie diverse,lasciando alle ortiche la bellezza di tutto ciò che li unisce.

Il volto serio, ma sereno del Papa sembrava un quadro in una cornice antica:le rughe rendevano visibili le sue preoccupazioni, ma anche la speranza di pace per il futuro nazionale di Israele e della Palestina; il sorriso apriva spazi di profonda semplicità, che scioglieva qualsiasi protocollo di serietà; i gesti, non sempre esemplari per l’occasione, rendevano bella ed attraente ogni visione.
Chi ha visto Papa Francesco davanti al muro del Pianto, con la mano quasi attaccata alle Pietre, certamente ha sentito la nostalgia di Dio.

Il Papa in Israele

Israele

L’accoglienza delle Autorità israeliane e il saluto del Santo Padre all’aeroporto Ben Gourion di Tel Aviv, sono stati scanditi da un clima di amicizia e di fraternità.
Dopo i discorsi di Simon Peres e di Netanjahu, che hanno sottolineato la volontà di pace e di rispetto della libertà religiosa all’interno del loro Paese, Papa Francesco si è presentato, a 50 anni di distanza da Paolo VI, come pellegrino sulle orme dei suoi predecessori.
Con la sua semplicità,che accarezza gesti e parole,subito ha messo in evidenza la via del dialogo e della conciliazione; per cui “non più scontro – ha detto – ma incontro ed inclusione”.
E se Gerusalemme significa Città della pace, non bisogna mai dimenticare che” cosi la vuole Dio e così la vogliono gli uomini di buona volta”.
Poi, con profondo realismo, senza sottacere le difficoltà della pace, ha aggiunto: ” vivere senza la pace è un tormento”.
Ecco allora la necessità per tutti di essere ” strumenti e costruttori di pace nella preghiera”.
E qui come fratello invita i due Presidenti di Israele e Palestina a casa sua, ossia in Vaticano, per un momento di preghiera,convinto che solo l’abbandono nell’unico Dio scioglie ogni durezza di cuore. Shalom

VI Domenica di Pasqua

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Le letture di questa domenica, tratte tutte dal Nuovo Testamento, sono di fondamentale importanza per noi cristiani, in quanto ci permettono di gustare uno dei momenti più profondi della rivelazione del mistero d Dio, fatta da Gesù Cristo: il mistero dell’unità e della sua Trinità, ”Io pregherò – dice Gesù – il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore”. Come domenica scorsa, così anche oggi siamo invitati a meditare su di un brano del Vangelo, sempre di Giovanni, preso dai discorsi di addio che Gesù rivolge ai discepoli nell’ultima Cena. Le parole anche adesso sono vibranti di consolazione e di speranza per i suoi discepoli. Alle espressioni di conforto e di sostegno di domenica scorsa:” Non sia turbato il vostro cuore”, oggi aggiunge qualcosa in più, che costituisce un ulteriore tassello rivelativo del suo amore:” Non vi lascerò orfani – dice – ritornerò da voi”.  Ebbene, prima di penetrare la ricchezza del brano evangelico, è opportuno soffermarci, in breve, sulle altre due letture. Nella prima, tratta dagli Atti degli Apostoli, vediamo come i cittadini della Samaria, convertiti alla fede in Gesù Cristo e battezzati nel suo nome grazie alla predicazione ed alle guarigioni operate da Filippo, ricevono lo Spirito Santo per mezzo di Pietro e Giovanni. Siamo davanti alla Pentecoste samaritana e, pertanto, ad uno dei primi esempi di reale espansione della Chiesa oltre i confini della Giudea. Nella seconda lettura,  ripresa dalla prima lettera di San Pietro, l’Apostolo esorta tutti i cristiani e, quindi, anche noi,  una volta ricevuto lo Spirito Santo, a testimoniare nella vita il Signore sempre con gioia, anche nelle tribolazioni; pronti a dare una risposta a chiunque ci chieda di dare ragione della nostra fede e della nostra speranza, le quali, coniugate con la testimonianza, qualificano lo stile del vero cristiano, che si fa annunciatore di un messaggio oltre che di fede, anche di speranza.

A questo punto, esaminiamo il brano evangelico, che si apre e si chiude con il tema dell’amore, il luogo privilegiato in cui Dio si manifesta in Gesù Cristo e carta di identità del fedele cristiano:” …… Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama, sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”. Qui troviamo il metro di valutazione per saggiare il nostro amore verso Gesù: l’osservanza dei comandamenti, nei quali Egli esprime la sua volontà.  Pertanto, osservare i comandamenti significa accogliere Gesù Cristo nella nostra vita, lasciarci guidare dalla sua parola, diventare nel mondo la sua visibilità.  Ed è proprio questo amore, testimoniato dalle opere, che ci rende prediletti non solo di Gesù, ma anche del Padre: ”Chi mi ama, sarà amato da mio Padre ed anch’io lo amerò”. Diventiamo così dimore di Dio e tempio della Trinità non se conosciamo di più, ma se amiamo di più, se siamo più fedeli ai comandamenti, la cui osservanza ci fa realmente presenti nel cuore di Dio. Ma Gesù non promette soltanto una più intima rivelazione di Sé a chi lo ama. Egli, conoscendo le difficoltà e le tribolazioni nella vita dei credenti, promette anche il dono dello Spirito Santo, designato come un altro “ Consolatore”. E lo chiama “Paraclito”: un termine greco che significa avvocato, difensore che intercede presso il Padre a favore di tutti noi credenti, aiutandoci a perseverare nella fede. Quella dello Spirito Santo, nella storia della salvezza, è un’azione non alternativa o sostitutiva dell’azione o della presenza di Gesù Cristo. Anzi, unico suo scopo è proprio quello di assicurare la presenza di Cristo nella Chiesa, di illuminarci sulla parola da Lui, “guidandoci alla verità tutta intera”. Nulla di nuovo Egli ci rivela; solo ci introduce nella comprensione del mistero più profondo di Cristo. Ci aiuta a conoscerLo meglio, a viverLo più intensamente; ci rende testimoni credibili del Vangelo. Solo lo Spirito Santo ci fa scoprire il senso più pieno del Vangelo e ci converte a Cristo. Quante volte espressioni della Scrittura ascoltate o lette sono sfumate del tutto inosservate, senza toccare il nostro cuore? Purtroppo, quando in noi non c’è l’azione dello Spirito Santo, la parola di Dio non è diversa dalle altre parole. E lo stesso Gesù, senza la esperienza dello Spirito Santo, rimane soltanto un bel concetto, una semplice conoscenza intellettuale, un ricordo distante e fugace. Invece, quando lo Spirito Santo, che è lo Spirito del Padre e del Figlio, invade il nostro cuore, allora tutto diventa diverso e trasformante: il Vangelo non più un libro di saggezza o un codice di norme morali, ma una persona viva, a cui ci rivolgiamo spontaneamente, in un autentico dialogo di preghiera. Bellissime, a tale proposito, sono le parole pronunciate dal vescovo ortodosso Ignazio di Latachia, antica Laodicea, in Turchia, alla III^ assemblea Ecumenica Mondiale delle Chiese, celebrata nel 1968 a Upsala. Con un linguaggio ispirato, riferendosi allo Spirito Santo, dice: ”senza lo Spirito Santo, Dio è lontano; Cristo resta nel passato; il Vangelo è lettera morta; la Chiesa una semplice organizzazione; l’autorità una dominazione; la missione una propaganda; il culto un’evocazione e l’agire cristiano una morale da schiavi”.  Invece, “guidati dallo Spirito Santo, Cristo risorto si fa presente, il Vangelo si fa potenza di vita, la Chiesa realizza la comunione trinitaria, l’autorità si trasforma in servizio, la missione è una Pentecoste, la liturgia è memoria e anticipazione, l’agire umano viene deificato”. In altre parole, lo Spirito Santo, senza fare cose nuove, ma solo facendo nuove tutte le cose, ci insegna a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Gesù; ci ripresenta e ci fa vivere nella verità il gusto di essere la risurrezione ci Cristo Signore; ci fa sentire il gusto di essere pietre vive, impegnate nella costruzione dell’edificio della Chiesa, Corpo do Cristo, in cammino verso la casa del Padre.

Ad ogni tornata elettorale…

scheda

Ad ogni tornata elettorale il palcoscenico della politica locale e nazionale si arricchisce di volti nuovi, ma non di idee, che diventano sempre di più una merce rara.
Le parole che si ascoltano sono sempre le stesse, un coacervo di offese e di insulti.
Le promesse che vengono gridate sono inganni sottili,  che trovano spazio ancora in tanti poveri creduloni.
Anche le dazioni di soldi non mancano mai, anzi vestono maggiore valenza di penetrazione nella raccolta di voti: venti euro, a volte, possono essere il corrispettivo di un voto.
Ma la cosa più deprimente è  l’arroganza, che si nasconde in tanti candidati, che, senza conoscere nulla o poco del verbo politico, già si presentano in pubblico come portatori bugiardi di novità.
E come se non bastasse, in molti di essi si annida il germe del tornaconto personale, della conquista dei primi posti,  non importa se fatta a detrimento degli altri.
Purtroppo, pochi si avvicinano alla politica con il cuore della solidarietà nell’ interesse della cosa pubblica.
Molti, invece,  la vedono e la vivono come fonte facile di arrivismo e perché no, anche di ricchezza.
Perciò, oggi più che mai, è  importante pulire, esercitando bene il diritto di voto, il palcoscenico politico di questo intruglio perverso, che avvelena il vivere comune e getta alle ortiche ogni forma di trasparenza.

V Domenica di Pasqua

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Le letture bibliche di questa domenica, ricche di contenuto teologico, delineano una stupenda catechesi. Nella prima, ripresa dagli Atti degli Apostoli, leggiamo squarci storici della primitiva comunità cristiana, organizzata come un “corpo vivo”, con diversi compiti, come il servizio della carità, della parola e del culto. Nella seconda, tratta dalla prima lettera di San Pietro, vediamo le connotazioni di questo “corpo vivo”, quale “popolo sacerdotale”, i cui membri sono pietre vive della Chiesa, che ha come pietra angolare il Signore risorto. Nel brano evangelico di Giovanni, troviamo un accorato invito di Gesù a credere sempre più profondamente nel suo mistero di Figlio del Padre. Ma, data la molteplicità delle lezioni che possiamo trarre da queste letture, è opportuno fermarci al brano del Vangelo, preso dai “discorsi di addio” che Gesù rivolge ai discepoli nell’ultima Cena. Gesù inizia con parole di consolazione ai suoi, perché non si perdano d’animo: ”Non sia turbato – dice – il vostro cuore”. La sua è una finezza psicologica che mira a liberarli da uno stato di disorientamento e di amarezza in cui sono caduti dopo l’annuncio del tradimento di Guida e i ripetuti riferimenti alla sua morte di croce. E’ un momento particolare della vita di Gesù, che gli apostoli percepiscono con grande sofferenza. Ecco perché, in quest’ora drammatica, nella quale sembrano tramontare speranze e certezze, Egli più che preoccuparsi di se stesso per quanto gli sta accadendo, si sforza di fortificare la loro fede in Dio ed in Lui: ”Abbiate fede in Dio – dice – e abbiate fede anche in me”. Un doppio imperativo con il quale Gesù non solo rivela implicitamente il mistero divino della Sua Persona uguale e distinta da quella del Padre, ma cerca anche di creare una più intensa fiducia nei discepoli, quasi a voler dire che l’amore del Padre e del Figlio è sempre presente nella vita di ciascuno di loro. E pur di dare una maggiore concretezza alle parole di incoraggiamento, offre un ulteriore motivo di consolazione, dichiarando che “nella casa del Padre vi sono molti posti……Ed Io vado a prepararvi un posto”. E’ una immagine bellissima con cui Gesù configura il Regno di Dio come una casa ricca di molti posti o dimore, dove tutti noi, suoi seguaci, un giorno vivremo in comunione di amore e di vita eterna con il Padre celeste e con lo stesso Gesù Cristo glorificato. E questa è la grande promessa di Gesù: “Ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io”. Certamente siamo al cospetto di una solenne dichiarazione d’amore, la quale si riferisce immediatamente alle apparizioni del Risorto, che comportano la certezza della Sua persona permanente in mezzo a noi, ma, in linea prospettica, tale dichiarazione ci richiama alla parusia, cioè al grande ritorno di Cristo Signore, come Salvatore definitivo ed universale. Ed anche se questa parusia, o grande ritorno di Gesù, non è un fatto imminente, essa fonda l’attesa della Chiesa e sostiene il nostro presente, di pellegrini verso la Casa del Padre. Così Gesù, indicando ai discepoli il Padre  come dimora eterna, ultimo traguardo della loro vita, li istruisce e li corrobora nella fede. In altre parole, Gesù – come dice San Agostino – “prepara le dimore, preparando coloro che dovranno abitarvi”. Purtroppo, questo linguaggio di Gesù non viene compreso dagli Apostoli, tanto è vero che quando aggiunge:” e del luogo dove io vado, voi conoscete la via”, Tommaso, con un forte senso di realismo, domanda: ”Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. La risposta di Gesù è “una rivelazione di altissima certezza”, che “mira ad inculcare la fede in Lui, quale  unica via per giungere al Padre”: ”Io sono – dice – la via, la verità e la vita”. Tocchiamo il massimo della rivelazione del mistero di Cristo in relazione al Padre e alla nostra salvezza. Il punto principale, anche se Gesù si presenta come “verità e vita”, è racchiuso nella presentazione della Sua Persona come via: “Egli è la via”, in quanto è la “verità”, cioè la rivelazione diretta, visibile e definitiva del Dio invisibile. Non solo, Gesù oltre ad essere la “via della verità”, è anche la “via della vita”, nel senso che Egli è il datore della vita eterna di Dio offerta agli uomini. In altre parole, Gesù è il crocevia per arrivare al Padre: ”Nessuno viene al Padre – dichiara – se non per mezzo di me”. E qui si inserisce, come perla preziosa, un’altra richiesta, quella dell’Apostolo Filippo: ”Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Una domanda che offre a Gesù la possibilità di affermare la perfetta identità tra Lui ed il Padre. Così, prima esprime la sua meraviglia: ”Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?”. E poi spiega la propria identità con il Padre. La quale è  comunanza di essere :”Io sono nel Padre ed il Padre è in me”. E’ reciprocità e continuità di rivelazione: ”Le parole che io vi dico, non le dico da me”; ma “le dico come il Padre le ha detto a me”. Pertanto, gli Apostoli, che si erano fermati alla semplice fisionomia umana di Gesù e non riescono ad andare oltre, ricevono un profondo insegnamento, quello, cioè, di vedere in Gesù Figlio la presenza personale del Padre invisibile. Ed è proprio per questo che Gesù si fa “via” unica e necessaria per giungere alla casa del Padre. Bellissima, a tal uopo, è un’antica preghiera bizantina: ”Fa, o Signore, che i nostri occhi, fissi nei tuoi, sappiano riconoscere la luce del Padre, sappiano leggere nelle tue labbra le parole del Padre, sappiano scorgere nelle tue mani le opere che il Padre compie sempre, sappiano seguire i tuoi passi che ci conducono alla gloria del Tuo Regno”.
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IV Domenica di Pasqua

gesù buono

La liturgia della Parola di questa domenica è dominata dalla figura del buon Pastore. E’ un’immagine questa molto cara agli Ebrei, le cui origini nomadi dimostrano chiaramente la familiarità che avevano con il proprio gregge. Un rapporto di familiarità che trasportano anche sul piano religioso, fino a configurare l’amore di Dio come quello del pastore verso le pecore. Anzi, Dio stesso viene indicato dai profeti come il Pastore di Israele, che fa uscire il suo popolo dall’Egitto, come da un recinto, conducendolo verso i nuovi pascoli della terra promessa. Senza spaziare con ulteriori riferimenti biblici, basti pensare al salmo 22, recitato oggi come salmo responsoriale, nel quale gustiamo, in maniera feconda, questa bellissima immagine, che poggia sulla garanzia di sicurezza e di felicità che il Signore, come il Pastore per il suo gregge, offre con la sua Presenza in mezzo a noi. Una sicurezza che troviamo  racchiusa nel ritornello del salmo: ”Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”. Anche nella seconda lettura, ripresa dalla prima lettera di Pietro, ritorna l’immagine del pastore. Un pastore, però, che ci conduce verso i pascoli dell’Eternità con il suo sacrificio, facendosi centro di attrazione per tutti,  chiamati a seguire le orme da Lui tracciate: ”Cristo patì per voi – dice San Pietro – lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme……Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime”.

Ebbene, a questo punto, esaminiamo il brano evangelico di Giovanni, nel quale leggiamo il discorso che Gesù fa di se stesso come buon Pastore a Gerusalemme; e, precisamente, dopo il miracolo della guarigione del cieco nato. Il linguaggio adoperato è preso dagli usi pastorali del tempo e manifesta un valore altamente teologico di autorivelazione: Gesù, cioè, si presenta come il pastore atteso dalle genti, che ama fino al sacrificio supremo; e, nello stesso tempo, si definisce come la porta unica e necessaria per accedere alla salvezza. Questa rivelazione di Sé la constatiamo sin dalle prime batture della parabola, dove si staglia un confronto drammatico fra il pastore vero ed il ladro e brigante, nonché fra il loro modo diverso di entrare nel recinto delle pecore. Un confronto, questo, che prepara bene l’autopresentazione di Gesù quale “porta delle pecore” e “buon pastore”, e certamente configura un taglio polemico contro tutti coloro che penetrano nell’ovile non per la porta, ma attraverso altre parti con furbi espedienti. A differenza di questi ultimi, falsi pastori, che creano solo disagi e scompiglio, morte e distruzione, Gesù è il vero Pastore, la cui azione nei confronti delle pecore è segno di manifestazione di familiarità ed intimità. Infatti, Egli “entra per la porta”; le chiama individualmente, una per una; e non genericamente, ma ciascuna con il proprio nome. Esse ascoltano, conoscono la sua voce e lo seguono, sicure di approdare ai fertili pascoli. Pertanto, Gesù applica alla sua persona il ruolo di guida e di salvatore che l’Antico Testamento attribuisce solo a Dio. Usa la formula biblica “Io sono”, che evoca le parole di Dio a Mosè dal roveto ardente: ”Io sono Colui che sono”. Parole che danno una misteriosa definizione di Dio. E Gesù, dicendo: ”Io sono la porta delle pecore”, “Io sono il buon Pastore”, dimostra di aver una chiara coscienza di essere e di operare come Dio. Anzi, come Dio, si manifesta pastore del suo popolo. Purtroppo, questo discorso, con la triplice immagine della porta, del pastore e delle pecore, non viene compreso dagli ascoltatori. Per cui Gesù, senza sminuire il contenuto della rivelazione, chiarisce la pastoralità di queste immagini, sottolineando la sua prerogativa messianica: ”In verità, in verità vi dico: “Io sono la porta delle pecore: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà ed uscirà e troverà pascolo”. E se la porta è l’unico ingresso, attraverso cui entriamo ed usciamo, Gesù non solo ne è il custode, ma è la porta stessa. Ci troviamo al cospetto di un ricco simbolismo pastorale, che, calato nelle nostre attuali categorie mentali, dischiude orizzonti di grande apertura   del mistero di Cristo, il quale, designandosi unico depositario della salvezza si rivela unico Messia ed unico salvatore dell’umanità. Una finalità salvifica che Gesù realizza passando attraverso la “porta stretta” della croce, sulla quale  è stato nello stesso tempo Pastore dell’umanità errante ed agnello sacrificale, immolato per la nostra redenzione. Una missione questa che affida alla Chiesa, suo gregge, la quale non deve mai dimenticare la sua funzione di “porta” attraverso cui passano le pecore ed i pastori. Né deve trascurare il servizio di amore e di donazione verso tutti, soprattutto gli ultimi. Tutto ciò assume un significato particolare in questa domenica, dedicata da Paolo VI° (1963) alla “Giornata mondiale delle vocazioni”. Durante questa giornata ognuno di noi, prendendo coscienza che una Chiesa senza preti è una Chiesa senza vita, è invitato a pregare il Signore, perché la renda viva nella costanza gioiosa dei consacrati, che già sono al suo servizio. E’ invitato a pregare il Signore perché mandi nuovi presbiteri, che sappiano vivere e testimoniare con l’ardore della carità la loro vocazione. Soprattutto, è invitato a pregare il Signore, perché illumini i nostri vescovi nel discernimento delle scelte, onde evitare l’inserimento nelle loro Chiese particolari, di falsi vocazioni, la cui presenza è solo fonte di malessere morale e spirituale.  In un mondo già segnato dall’odio, dalla violenza e dall’oppressione, dove però ancora non è spenta la fame di giustizia, di verità e grazia c’è bisogno di autentiche testimonianze sacerdotali, sincere e limpide, le cui manifestazioni di comportamento si intrecciano in una normale linearità di condotta, nella quale ognuno possa leggere la presenza silenziosa, ma reale ed efficace di Cristo.